Garlasco, la madre di Sempio: «Maledetta Chiara, muoiano i Poggi»
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Redazione Interno
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«Maledetta Chiara, i Poggi e il porco (bestemmia) che non li fa morire... maledetta». Sono le parole pronunciate da Daniela Ferrari, madre di Andrea Sempio, intercettate nell'autunno del 2025 nell'abitazione di famiglia.
Lo sfogo, riportato dal Giornale, arriva a quasi vent'anni dall'omicidio di Chiara Poggi, uccisa il 13 agosto 2007 a Garlasco, e si colloca in un quadro familiare che gli investigatori descrivono come particolarmente teso, con discussioni continue sulle indagini, sulle strategie difensive e sugli accertamenti scientifici che hanno riportato il figlio al centro dell'inchiesta.
Le conversazioni sulla chiavetta e il timore per il Dna
Dalle trascrizioni emergono anche altri passaggi. In una conversazione del 2 novembre 2025, Giuseppe Sempio chiede al figlio di una chiavetta, senza ricordare con certezza se fosse presente nel computer. Andrea alza la voce e nega: «No ma io non avevo chiavette. Cioè chiavette... riferito a chi? Non lo so... non ne avevo una di chiavetta». Il padre insiste: «Tu ne avevi più di una». A quel punto il 38enne modifica la risposta: «Ne avranno più di una, me ne hanno sequestrate tre o quattro». Per gli investigatori la reazione è caratterizzata da agitazione.
In un altro colloquio, la madre affronta il tema degli accertamenti sulla catenina che Chiara indossava al momento della morte, dicendo di aver sentito che «i Poggi vogliono fare un esame». Poi formula la sua preoccupazione: «Magari è stata trascinata per terra raccogliendo materiale genetico dal pavimento e magari rompono le scatole a lui».
Garofano: «Stasi è colpevole, non abbiamo nascosto nulla»
Sul fronte opposto, l'ex comandante del Ris di Parma Luciano Garofano respinge con fermezza le accuse di occultamento. «Sto subendo un attacco mediatico senza precedenti, ma non consentirò a nessuno di distruggere me e il Ris», ha dichiarato al Corriere della Sera. Rispetto al giallo dei dati grezzi consegnati solo diciotto anni dopo, Garofano osserva: «Se qualcuno voleva nascondere qualcosa ora non li avrebbe messi a disposizione». E aggiunge: «Il colpevole resta Stasi. Anche se il dato del Dna sui pedali dovesse essere messo in discussione (e non è così) questo non demolisce tutti gli altri indizi a carico di Stasi». Quanto alla possibilità di finire indagato, taglia corto: «Non credo e spero di non esserlo. Non ho nulla da nascondere».
Il giallo del Dna sulla bici e le contro-analisi del 2007
Il nuovo elemento che ha riacceso lo scontro riguarda il campione prelevato dai pedali della bicicletta Umberto Dei di Alberto Stasi. Il 19 settembre 2007 il Ris rilevò una concentrazione di 2,78 nanogrammi di Dna, attribuito a Chiara Poggi «oltre ogni ragionevole dubbio». Il giorno successivo, secondo quanto emerso dai dati grezzi consegnati alla Procura di Pavia il 6 novembre 2025, furono eseguite due contro-analisi che avrebbero dato esito negativo. Di quelle verifiche non è stata trovata traccia nel fascicolo dell'epoca, che portò al fermo di Stasi il 24 settembre 2007, poi non convalidato.
La Procura di Pavia ha aperto un fascicolo a carico di ignoti per accertare cosa accadde nei laboratori. Il consulente della famiglia Poggi, Marzio Capra, sostiene una lettura diversa: quello che la difesa indica come esito negativo del 20 settembre sarebbe in realtà una corsa del campione inibito del 10 settembre, prima che i Ris riuscissero a ottenere il profilo genetico completo della vittima.
Il tenente colonnello Antonio Marino, all'epoca responsabile delle analisi, ha spiegato ai magistrati di non aver avuto un campione di confronto della vittima dall'autopsia e di aver utilizzato il Dna estratto dal sangue trovato nella villetta e da un cucchiaino.
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