Bonelli: «La riforma della giustizia è un tassello della strategia autoritaria del governo»
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Redazione Interno
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La riforma della giustizia voluta dal governo Meloni, secondo l’analisi di Angelo Bonelli, non nasce dall’esigenza di migliorare l’efficienza del sistema, ma rappresenta piuttosto un tentativo di assoggettare la magistratura al potere esecutivo. «Non si parla di potenziare gli organici, né di modernizzare le strutture o di fornire nuovi strumenti d’indagine», osserva Bonelli, che aggiunge: «L’obiettivo è uno solo: delegittimare i magistrati e trasformare la giustizia in uno strumento di propaganda». Un esempio emblematico, a suo dire, sarebbe l’operato del guardasigilli Carlo Nordio, accusato di voler sanzionare i giudici che lo hanno criticato per la scarcerazione di Almasri, condannato per omicidio e violenza sessuale.
Il disegno di legge, in fase di approvazione, si articola su tre punti cardine. Il primo prevede la separazione delle carriere tra pubblici ministeri e giudici, con la creazione di due distinti Consigli superiori della magistratura (Csm). Il secondo introduce il sorteggio per la scelta dei membri dei due organi, eliminando l’attuale sistema elettivo. Il terzo trasferisce le competenze disciplinari a un’Alta Corte, lasciando ai Csm solo la gestione delle carriere.
Mentre la maggioranza difende la riforma come un passo necessario verso l’imparzialità, l’opposizione la considera un attacco all’autonomia della magistratura. «Si tratta di un sistema che mira a sostituire la meritocrazia con la logica delle nomine politiche», sostengono i critici, che denunciano il rischio di un indebolimento dell’indipendenza giudiziaria.
Il percorso legislativo è ormai avviato: dopo il voto al Senato previsto per martedì, si procederà verso le letture finali, con la possibilità che la riforma venga sottoposta a referendum confermativo. Gasparri, esponente di Forza Italia, definisce questo passaggio «un momento decisivo della legislatura», mentre la sinistra accusa la maggioranza di voler smantellare un sistema che, pur con i suoi difetti, garantisce pluralismo.




