Referendum giustizia, la riforma che separa le carriere e il duello tra Barbera e Violante
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Redazione Interno
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La riforma costituzionale che modifica il Titolo IV della Carta, quella che in gergo tecnico è definita “Norme in materia di ordinamento giurisdizionale e di istituzione della Corte disciplinare”, ha completato il suo iter parlamentare lo scorso 30 ottobre, incassando al Senato 112 voti favorevoli, 59 contrari e 9 astenuti. Un risultato, quello del quarto e ultimo via libera, che ora consegna la parola ai cittadini nella consultazione referendaria in corso, chiamati a esprimersi su un impianto che stravolge l’assetto tradizionale della magistratura italiana: la separazione delle carriere tra giudicanti e requirenti, l’istituzione di due distinti Consigli superiori della magistratura (Csm) e la creazione di un’Alta Corte disciplinare. Si tratta di un cambiamento, questo, che intende spezzare il filo che per decenni ha legato appartenenze e identità all’interno del palazzo di giustizia, cercando di arginare quelle che i sostenitori definiscono distorsioni endogene.
Il buonsenso del No e il timore di un «super potere»
Tra i principali oppositori della riforma, la voce di Luciano Violante – ex presidente della Camera – si leva con un’argomentazione che trova eco non solo a sinistra, ma in più ampi spazi del dibattito costituzionalista. Il suo ragionamento, che è diventato uno dei pilastri del fronte del No, si concentra sugli equilibri di potere futuri. Separare le carriere, secondo Violante, non risolverebbe l’anomalia italiana ma la aggraverebbe: il pubblico ministero, svincolato dal controllo del Csm unico, si troverebbe a esercitare una funzione, quella dell’accusa, con un organismo che lo governa, lo disciplina e lo promuove in totale autonomia rispetto ai giudici. L’immagine che ne scaturisce, nella sua ricostruzione, è quella di un «super potere» autoalimentato, un’entità priva di quel contrappeso rappresentato storicamente dalla condivisione dello stesso ordine con i giudici terzi.
L’attacco frontale del fronte del Sì e il caso Delmastro
Sul versante opposto, la campagna per il Sì si è colorata di toni acceso, come dimostra l’atteggiamento tenuto dal sottosegretato Delmastro durante una delle ultime iniziative pubbliche. Avvicinatosi al tavolo dei relatori, quasi provenendo dalle retrovie del dibattito, ha atteso il suo turno per poi scagliarsi contro le opposizioni con un eloquio istrionico. L’accusa, rivolta in particolare al Partito Democratico, è quella di «avvelenare i pozzi» del confronto democratico, adottando un «atteggiamento apocalittico» e trasformando la consultazione – parola sua – «in una guerra civile». Dopo quella sorta di sfida a viso aperto, lasciata sospesa tra rivendicazioni e accuse reciproche, il sottosegretario si è allontanato scortato, limitandosi a stringere un paio di mani. Una scena, quella ricordata anche in relazione al caso della “bisteccheria” che lo ha visto protagonista in passato, che restituisce la tensione di una competizione dove la posta in gioco supera la semplice modifica tecnica.
L’analisi di Barbera e l’obiettivo dell’equilibrio perduto
A sostenere la bontà della riforma con argomenti di natura istituzionale è invece Augusto Barbera, il cui contributo si fonda sul concetto di “buonsenso” applicato al funzionamento della giustizia. L’analisi che propone parte dal presupposto che l’attuale sistema, basato su un unico Csm e sull’appartenenza indistinta dei magistrati, abbia prodotto un’eccessiva commistione tra il momento dell’azione penale e quello della decisione. Per Barbera, la separazione delle carriere – insieme alla creazione di due Csm distinti – serve a restituire equilibrio, limitando il peso delle correnti interne e ridando trasparenza ai percorsi di carriera. Il suo approccio, che punta a circoscrivere le distorsioni sorte nel tempo, rappresenta la spina dorsale tecnica del fronte del Sì, opponendosi alla narrazione di chi teme una deriva autoritaria dell’accusa.




