Hormuz piega Trump a sei mesi dal midterm: la sospensione delle tasse federali non ferma il caro-carburanti
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Redazione Economia
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Il conto, per il momento, è salato. E la “grande idea” che ieri è uscita dalla Casa Bianca – sospendere le tasse federali sulla benzina e sul diesel “per un periodo di tempo”, secondo le parole usate dal presidente – assomiglia più a una toppa che a una soluzione strutturale. A sei mesi dalle elezioni di metà mandato, con la macchina economica americana che mostra vistosi segni di cedimento, Donald Trump prova a cambiare passo: aveva promesso di rendere il costo della vita più abbordabile, ma la crisi innescata dall’escalation contro l’Iran ha finito per trasformare lo Stretto di Hormuz in una leva fiscale globale, colpendo duramente anche i consumatori statunitensi. E non solo loro.
L’effetto Hormuz: mutui, carburanti e un aereo che pesa sul bilancio delle famiglie
Non c’è solo il pieno di benzina a rendere nervosi gli americani. Il rincaro dei carburanti – conseguenza diretta delle operazioni militari nel Golfo iniziate il 28 febbraio – si è già riversato su altri fronti, a cominciare dai mutui. La Federal Reserve, come ricorderanno gli analisti interpellati dal Financial Times, ha di fatto congelato i tagli dei tassi che molti davano per scontati; una scelta che, secondo le prime stime, costerà centinaia di miliardi di dollari in termini di mancata crescita. Ne risente il potere d’acquisto delle famiglie, e ne risentono le rate dei prestiti variabili, sempre più pesanti. A tutto questo si aggiunge la catena degli approvvigionamenti – la cosiddetta supply chain – già messa a dura prova, con i prezzi alimentari destinati a salire ulteriormente se il conflitto dovesse prolungarsi. Nessuna bolla speculativa, qui: si tratta di costi reali, che si scaricano direttamente sul carrello della spesa.
Le auto ibride avanzano, mentre l’industria petrolifera frena
Il mercato, si sa, reagisce prima della politica. E infatti i dati di marzo e aprile, ovvero i due mesi successivi all’attacco israelo-americano contro Teheran, raccontano un’inversione di tendenza chiara: le vendite di auto ibride negli Stati Uniti hanno registrato una crescita netta. Niente a che vedere con la transizione ecologica programmata, sia chiaro, quanto piuttosto con una reazione di pancia – o di portafoglio – dei guidatori americani. Di fronte a un caro-pieno che non accenna a diminuire, molti hanno scelto di ridurre i consumi sul lungo periodo, optando per motori che combinano termico ed elettrico. Non si tratta di un boom paragonabile a quello asiatico o europeo, ma il dato è comunque significativo: segnala che la tensione sui prezzi dei carburanti ha già cominciato a modificare comportamenti consolidati, anche in un Paese tradizionalmente legato ai grandi Suv e ai pick-up a benzina.
La sospensione delle tasse federali: una mossa che solleva più dubbi che certezze
L’annuncio di ieri, con quella “sospensione temporanea” che molti esperti giudicano più simbolica che efficace, arriva in un clima di fibrillazione crescente. Per capirci: togliere le accise federali significa ridurre di qualche decina di centesimi il prezzo al gallone, un intervento che difficilmente potrà compensare l’impennata registrata dopo le operazioni in Hormuz. Né si intravede, allo stato attuale, una strategia alternativa per calmierare il costo del greggio senza un arretramento militare. Il presidente, d’altronde, aveva costruito la sua narrativa economica sulla promessa di un’America a basso costo; e invece, paradossalmente, la “tassa Hormuz” – così è stata ribattezzata dai commentatori – colpisce oggi i cittadini che avrebbero dovuto essere protetti. Tra dazi, blocchi navali e rappresaglie, il rischio concreto è che la sospensione delle tasse federali resti una misura isolata, incapace di incidere sulle dinamiche di fondo.
Il peso delle scelte di politica estera sul bilancio interno
Bombe e missili, nel Golfo, hanno un costo immediato in termini di vite umane e di distruzione. Ma ne hanno un altro, più strisciante ma non meno pesante, in termini economici. Gli Stati Uniti si trovano oggi a dover gestire uno choc petrolifero che stanno pagando – letteralmente – i pendolari che fanno il pieno, le famiglie che rinegoziano il mutuo e gli imprenditori che vedono aumentare i costi di trasporto. E la Fed, per non alimentare ulteriormente l’inflazione, mantiene i tassi più alti del previsto, frenando investimenti e consumi. Se a questo si aggiunge la contrazione dei voli, dovuta al rincaro del carburante per aerei, il quadro è completo: ogni settore risente della tensione in Medio Oriente. La mossa di Trump, insomma, arriva tardi, forse troppo tardi, e senza le necessarie coperture. Il tempo, adesso, gioca contro la Casa Bianca.




