Il conto della guerra in Medio Oriente e quel paradosso italiano fatto di veti incrociati sulle rinnovabili

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Redazione Economia Redazione Economia   -   La tensione in Medio Oriente, con il conflitto che si è riacceso in Iran e le rotte marittime tornate ad essere ad alto rischio, ha rimesso in moto dinamiche economiche che sembravano ormai alle nostre spalle, e invece eccole di nuovo lì, pronte a farci i conti. Lo Stretto di Hormuz, attraverso cui transita circa un quinto del petrolio mondiale, è tornato ad essere il punto nevralgico di un sistema energetico globale che tiene il fiato sospeso. E se da un lato le forniture fisiche di gas liquefatto per l'Italia, almeno quelle già in viaggio nel mese di marzo, risultano al sicuro perché partite prima del blocco, dall'altro è la voce del mercato a parlare chiaro: il prezzo del gas sul mercato di Amsterdam ha fatto segnare un balzo che in alcuni momenti ha toccato punte del 50-60%, riportando alla memoria gli incubi del 2022. Il petrolio, dal canto suo, ha visto un incremento nell'intorno del 10-12%, una fiammata che se dovesse consolidarsi finirebbe inevitabilmente per tradursi in un aggravio del costo della vita, dai mutui alle bollette.

Quel che emerge, al netto della speculazione finanziaria che pure gioca la sua parte, è la fragilità di un modello che continua a legare il destino economico del Paese a variabili geopolitiche incontrollabili. L'Italia, va detto, ha consumi annui di gas che si aggirano sui 70 miliardi di metri cubi e una quota del suo GNL, stimata tra il 25 e il 30%, proviene dal Qatar, una dipendenza che in momenti come questi si paga a caro prezzo. Ma il paradosso, se si guarda al quadro complessivo, è che mentre la crisi internazionale spinge per una accelerazione della transizione ecologica come unica via per scardinare questa sudditanza, all'interno dei confini nazionali si moltiplicano gli ostacoli a quella stessa transizione. Non è solo questione di costi dell'energia, che pure restano un macigno, ma di una vera e propria palude autorizzativa in cui i progetti affondano senza lasciare traccia.

Il nodo dei cantieri fantasma e la burocrazia che strozza il PNRR

I numeri, quando si parla di rinnovabili in Italia, raccontano una storia di contraddizioni. Secondo l'ultimo rapporto di Legambiente, presentato alla fiera Key Energy di Rimini, i progetti in attesa di una valutazione definitiva hanno raggiunto quota 1.781, un esercito di pale eoliche e pannelli fotovoltaici fermi al palo. Non si tratta di iniziative improvvisate, sia chiaro, ma di iter che spesso giacciono negli uffici da anni, come nel caso di alcuni impianti eolici offshore nel basso Adriatico o nel Golfo di Manfredonia, presentati oltre un decennio fa e ancora in attesa di una risposta nonostante i pareri tecnici favorevoli. Il risultato è che le nuove richieste di autorizzazione, nel 2025, sono crollate del 75% rispetto all'anno precedente: un segnale inequivocabile che il sistema si è inceppato e che gli investitori, fiutato l'odore della trappola burocratica, preferiscono girare al largo.

E qui si innesta l'altra faccia della medaglia, quella che vede schierati comitati locali e amministrazioni territoriali in una battaglia che spesso assume i toni di una crociata ambientalista, ma che nei fatti finisce per proteggere lo status quo delle fonti fossili. Il caso della Tuscia, nel Lazio, è emblematico di come la tutela del paesaggio venga talvolta utilizzata come grimaldello per fermare qualsiasi intervento, dimenticando che l'assenza di impianti non equivale a salvare il territorio, ma piuttosto a condannarlo a restare ostaggio delle importazioni di gas e petrolio. C'è chi, come Europa Verde, contesta il ripristino di permessi di ricerca di idrocarburi in Basilicata, parlando di scelta miope, ma allo stesso tempo si oppone con la medesima veemenza all'installazione di pale eoliche che quelle stesse fonti fossili dovrebbero sostituire.

La filiera logistica in tilt e il costo nascosto dei componenti

La crisi dello Stretto di Hormuz non ha avuto ripercussioni solo sulle materie prime energetiche, ma ha innescato un effetto domino che si riverbera sull'intera filiera delle rinnovabili. Oltre il 70% dei componenti per il fotovoltaico e l'eolico, infatti, arriva dall'Asia, e con le navi costrette a doppiare il Capo di Buona Speranza per evitare le zone di conflitto, i tempi di consegna si allungano di settimane e i costi di nolo triplicano. Significa che i cantieri già autorizzati, quelli che hanno superato lo scoglio della burocrazia, si trovano ora a fare i conti con penali e rincari che rischiano di mandare in fumo i conti economici. Ogni pannello che tarda ad arrivare, ogni pala eolica bloccata in mare, è un buco nel piano industriale e un ritardo sugli obiettivi di decarbonizzazione fissati dal PNRR.

C'è poi l'aspetto dell'idrogeno e delle tecnologie innovative, su cui l'Italia sta investendo miliardi, come si evince dai dati del Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza che stanzia somme ingenti per le hydrogen valleys e la ricerca, ma che proprio in queste settimane vede messa a dura prova la tenuta della filiera. Se i prezzi dell'energia restano alti, diventa antieconomico persino produrre idrogeno verde, e se i componenti per gli elettrolizzatori arrivano in ritardo, l'intero castello rischia di crollare. È un circolo vizioso che il governo, per bocca del ministro Pichetto Fratin, dice di voler spezzare mantenendo in riserva le centrali a carbone di Civitavecchia e Brindisi, un paracadute che suona come una sconfitta per chi immaginava una transizione più rapida, ma che al contempo rivela la preoccupazione per un inverno che potrebbe riservare sorprese.

L'incertezza delle regole e quella palla al piede delle comunità locali

Il dibattito, in queste ore, si concentra anche sulle modifiche al Codice dei Beni Culturali e del Paesaggio, con proposte di legge che vorrebbero snellire le procedure per le installazioni di rinnovabili, ma che si scontrano con la levata di scudi di associazioni come Italia Nostra e Amici della Terra, le quali denunciano l'esclusione dalle audizioni parlamentari e parlano di una "devastazione paesaggistica" in atto. Il punto è che, al di là delle contrapposizioni ideologiche, il Paese si trova di fronte a una scelta: continuare a subire i prezzi dell'energia dettati da guerre e instabilità, oppure accettare che il territorio vada in qualche misura modificato per accogliere gli impianti del futuro.

La verità, forse, sta nel mezzo. L'analisi del centro studi di Unimpresa, che ridimensiona gli scenari più apocalittici parlando di una fiammata temporanea dei prezzi se il conflitto dovesse rimanere circoscritto a poche settimane, non deve trarre in inganno. Anche uno shock breve, infatti, lascia il segno sulla fiducia di imprese e consumatori, e soprattutto dimostra quanto sia sottile il filo a cui è appesa la nostra sicurezza energetica. Aziende come EnergRed, del resto, sottolineano come ogni kilowatt di fotovoltaico installato possa diventare una copertura geopolitica, un modo per sottrarre il costo dell'energia alla volatilità dei mercati e alle decisioni di regimi lontani. Ma per fare questo servono regole certe, tempi rapidi e una classe politica che smetta di ondeggiare tra il richiamo alle rinnovabili e la difesa a oltranza di ogni singolo fazzoletto di terra.

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