L’addio a Paolo Nizzola, il giornalista che amava raccontare la vita fino all’ultimo concerto

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Redazione Cultura e Spettacolo Redazione Cultura e Spettacolo   -   La notizia, come spesso accade quando a spezzarsi è un filo così vitale, è arrivata nel cuore della notte: un malore improvviso, un’emorragia cerebrale, e poi il silenzio. Paolo Nizzola, volto noto e firma storica del giornalismo lombardo, se n’è andato a 72 anni; un’età che lui, con quella sua energia contagiosa che lo portava a essere sempre sulla breccia, non dimostrava affatto. A tradirlo è stato il mentre lo spirito, solo poche ore prima, era ancora lì, sul palco dell’auditorium, a fare ciò che sapeva fare meglio: raccontare. Non c’è stata alcuna possibilità di salvezza, nonostante l’allarme lanciato dalla moglie e l’immediato trasporto d’urgenza in ospedale, dove i medici hanno dovuto constatare l’inevitabile. A ucciderlo, quella furia silenziosa che non fa rumore quando bussa alla porta, è stato un malore che ha trasformato l’ultimo applauso in un commiato definitivo.

L’ultimo pezzo, scritto con la gioia di un appassionato

Il paradosso, amaro e dolcissimo al tempo stesso, è che Nizzola ha pubblicato il suo ultimo “pezzo” poche istanti prima di morire, anche se lo ha fatto sulla sua bacheca social invece che su un giornale. Con quella prosa semplice e diretta che lo contraddistingueva, ha voluto condividere l’entusiasmo per la serata conclusiva della 28esima edizione del Bollate Jazz Meeting; una creatura, quest’ultima, che aveva contribuito a fondare insieme all’amico Giordano Minora e che rappresentava la fusione perfetta tra la sua professione e la sua passione privata. Sul palco, descrivendo le note di Franco D’Andrea e la batteria di Roberto Gatto, era sembrato più vivo che mai. Quello scatto d’energia, quella voglia di raccontare la bellezza, era il suo vero carburante. Poi, rientrato tra le mura domestiche di Bollate, la città che aveva scelto e che lo aveva adottato come una delle sue voci più autorevoli, il dramma si è consumato intorno alle tre di mattina, trasformando un lunedì di festa in un martedì di lutto.

Una carriera lunga quarant’anni tra carta, radio e televisione

Per capire chi fosse Paolo Nizzola, basterebbe guardare il titolo del libro che aveva voluto lasciare ai colleghi e ai lettori: “Ho fatto solo il giornalista”. Un “solo” che pesa come un macigno, perché racchiude una vita spesa dietro a una scrivania o dietro a una telecamera, a partire dalla seconda metà degli anni Settanta quando esordì collaborando con il settimanale “Luce”. Da lì, il suo percorso è stato un viaggio nell’evoluzione stessa dell’informazione italiana: c’è stata l’esperienza in radio, come direttore di Radio Nord Italia, e il salto in tv, dove nel 1987 varcò i cancelli di Telelombardia. In quella redazione, prima come inviato e poi come caporedattore, ha costruito il suo mestiere. Ma è stato alla guida del circuito nazionale Odeon-Telereporter, dal 1993 fino al 2014, che Nizzola è diventato un punto di riferimento, portando nelle case degli italiani una certa idea di informazione locale fatta di rigore e di radicamento territoriale.

La memoria storica di Bollate e il saluto della città

Se la sua firma ha viaggiato su testate come “Avvenire” e “Settegiorni”, il suo cuore è sempre rimasto ancorato alle strade di Bollate. In pensione dal 2015, Nizzola non aveva affatto smesso di lavorare; anzi, aveva intensificato il suo impegno civile raccogliendo storie, volti e luoghi sul blog “Bollate Oggi”, una sorta di scrigno della memoria cittadina che coltivava con la stessa devozione riservata al jazz. Lascia un vuoto difficile da colmare, non solo per i colleghi del mondo dell’informazione, ma per tutti coloro che lo hanno incrociato. L’amministrazione comunale lo ha ricordato come una “parte viva” del paese, e proprio per questo, per l’affetto che la gente gli portava, l’ultimo saluto sarà celebrato domani pomeriggio alle 15:30 nella chiesa di San Martino, lì dove la sua comunità potrà abbracciarlo per l’ultima volta.

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