"Vogliono annientarci": il massacro sistematico dei drusi in Siria e l’appello disperato a Israele
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Redazione Esteri
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Nella città di Sweida, roccaforte della minoranza drusa in Siria, si consuma da giorni una repressione brutale, orchestrata dalle forze governative e dai loro alleati. "Gli attacchi sono coordinati: alcuni avvengono tramite incursioni armate, altri con l’impiego di mezzi pesanti", denuncia Fadi Maklida, tra i fondatori del movimento Mizan – Generazione Drusa per l’Uguaglianza. Quello che descrive non è un semplice conflitto, ma "un’invasione in piena regola, un massacro sistematico", accompagnato da slogan jihadisti che riecheggiano quelli dell’ISIS e di Jabhat al-Nusra.
Le testimonianze, raccolte attraverso canali clandestini, dipingono un quadro agghiacciante: spari che risuonano senza sosta tra le vie, raid nelle abitazioni private, anziani umiliati in pubblico. Le violenze contro le donne, poi, raggiungono livelli di efferatezza inauditi, con casi di stupro e omicidi con metodi barbari. L’Osservatorio siriano per i diritti umani (SOHR) parla di oltre 1300 vittime in una settimana, numeri che il governo di al-Sharaa non sembra intenzionato a frenare, nonostante le dichiarazioni di cessate il fuoco.
La guida spirituale drusa, Tarif, non usa mezzi termini: "Abbiamo già visto questo film con Hamas". Un parallelo che suona come un monito, mentre la comunità internazionale – l’Onu in primis – rimane inerte. Intanto, la crisi sta ridisegnando gli equilibri regionali. Se da un lato la Turchia, attraverso il ministro degli Esteri Hakan Fidan, accusa Israele di "voler dividere la Siria", dall’altro cresce l’avvicinamento tra i curdi del Nord-est siriano e le potenze occidentali, Stati Uniti e Francia in testa.




