Everest, la via è aperta: la squadra di fissaggio in vetta, poi la tragedia nel crepaccio

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Redazione Esteri Redazione Esteri   -   La stagione alpinistica primaverile sul monte Everest, dopo settimane di tensione legate alle complesse dinamiche della seraccata del Khumbu, è entrata finalmente nel vivo con l’apertura ufficiale della via di salita. Una squadra composta da undici sherpa, incaricata delle delicate operazioni di fissaggio delle corde fisse, ha raggiunto la vetta alle 10:25 del mattino (ora locale del Nepal), come reso noto dall’Expedition Operators Association Nepal (EOAN). Questo intervento, necessario per l’attrezzaggio dell’itinerario fino ai 8.848,86 metri, ha spianato la strada alle centinaia di alpinisti che, accampati ai piedi del gigante himalayano, attendevano da settimane il via libera per pianificare i propri tentativi di ascesa.

Un bilancio economico record tra ritardi e polemiche logistiche

Parallelamente agli sviluppi tecnici in alta quota, il governo nepalese ha registrato un afflusso economico senza precedenti per quanto riguarda i diritti di scalata. I dati diffusi dalle autorità parlano di 492 permessi rilasciati a pagamento per la primavera del 2026, un numero che supera di gran lunga il precedente record di 478 del 2023. La decisione di aumentare la tariffa per la via sud, portandola da 11mila a 15mila dollari a scalatore, ha infatti fruttato alle casse statali introiti per oltre 7,1 milioni di dollari. Tuttavia, nonostante la montagna sia ora accessibile, la logistica rimane un rebus irrisolto: l’apertura ritardata del percorso attraverso la cascata di ghiaccio del Khumbu ha creato una pressione notevole sulle operazioni di trasporto dei materiali, lasciando intendere che la ressa in vetta sia ormai un rischio concreto per le prossime settimane.

La scomparsa di Phura Gyaljen Sherpa e il dibattito sulla sicurezza

La gioia per l’apertura della via è stata però offuscata da un lutto che ha scosso profondamente il campo base. Il giovane Phura Gyaljen Sherpa, di appena 21 anni, ha perso la vita il 12 maggio nei pressi del Campo III, a circa 7.200 metri di quota. Secondo le ricostruzioni fornite dalle agenzie internazionali e confermate dalle autorità nepalesi, il giovane sarebbe scivolato sulla neve, precipitando poi all’interno di un crepaccio mentre stava svolgendo le sue mansioni in quota. Si tratta del terzo decesso registrato sull’Everest in sole due settimane, un tragico bollettino che include anche la morte di un altro alpinista nepalese durante un esercizio di acclimatamento al Khumbu Icefall. Questi incidenti riaccendono i riflettori su un tema ormai annoso e poco regolamentato: le condizioni di lavoro estreme a cui sono sottoposti gli sherpa nelle spedizioni commerciali.

Tecnologia e burocrazia: la vicenda dei droni cargo

A complicare ulteriormente l’avvio della stagione 2026 ci ha pensato una vicenda tecnologica e geopolitica legata ai nuovi sistemi di trasporto. Dopo i ritardi iniziali, le autorità locali hanno infatti revocato temporaneamente le licenze per l’utilizzo di droni cargo, strumenti che si erano rivelati essenziali per il trasporto di bombole di ossigeno e attrezzature attraverso le zone più pericolose del ghiacciaio. La decisione, giustificata con "preoccupazioni relative alla sicurezza", ha bloccato le operazioni della compagnia Airlift Technologies, che stava testando sia modelli di produzione cinese che un nuovo velivolo statunitense la cui inaugurazione al campo base aveva attirato l’attenzione degli osservatori internazionali. Il divieto, sebbene poi riesaminato, ha evidenziato quanto la logistica dell’Everest sia ancora in balia di improvvisi cambi di rotta burocratici.

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