Stellantis valuta l’addio alla joint venture con Samsung SDI per le batterie, dopo il divorzio da Lg
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Redazione Economia
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Il gruppo automobilistico nato dalla fusione tra Fca e Psa starebbe seriamente considerando l’ipotesi di uscire dalla partnership americana con Samsung SDI, la joint venture nota come StarPlus Energy che gestisce due stabilimenti in Indiana, a Kokomo, e che rappresenta uno dei pilastri della strategia nordamericana per l’elettrificazione del gruppo. L’indiscrezione, rilanciata da Bloomberg e confermata da fonti vicine al dossier, arriva a pochi giorni di distanza dalla cessione, avvenuta per la simbolica cifra di cento dollari, del quarantanove per cento della partecipazione in NextStar Energy, la joint venture canadese controllata da Lg Energy Solution: un’operazione, quella con i coreani di Lg, che aveva già sollevato piú di un sopracciglio tra gli analisti, considerato che Stellantis vi aveva investito fino a quel momento quasi un miliardo di dollari. Il quadro che emerge è quello di un ripiegamento strategico di vaste proporzioni, reso necessario – spiegano i bene informati – da una crisi di liquidità che ha spinto la dirigenza a rivedere radicalmente l’esposizione nel settore delle batterie, un comparto che, fino a ieri, era considerato il futuro della mobilità e che oggi, invece, si sta rivelando una voragine finanziaria difficile da colmare.
La débâcle, va detto, non è isolata né tantomeno improvvisa. Le grandi case automobilistiche americane, le cosiddette Tre Grandi di Detroit, hanno annunciato nei mesi scorsi svalutazioni complessive per oltre cinquanta miliardi di dollari legate proprio agli investimenti nell’elettrico -8. General Motors, per esempio, ha dovuto mettere a bilancio una svalutazione di sei miliardi, mentre Ford ha fatto i conti con una sforbiciata da diciannove miliardi e mezzo, decidendo tra l’altro di cancellare la produzione del pick-up F-150 interamente elettrico. E se questo è lo scenario domestico, dall’altra parte dell’oceano la musica non cambia: il gruppo guidato da Antonio Filosa – subentrato da pochi mesi a Carlos Tavares – ha comunicato oneri per oltre ventidue miliardi di euro, una cifra che ha costretto il management a sospendere il dividendo per il 2026 e a lanciare un’emissione ibrida fino a cinque miliardi pur di proteggere il rating e tamponare le perdite di cassa -2-6. Una situazione, questa, che ha spinto persino Automotive Cells, la joint venture europea partecipata da Stellantis, a congelare i piani per la costruzione di nuove gigafactory in Germania e in Italia, segnale inequivocabile di quanto il vento sia cambiato.
Dietro questa fuga dagli investimenti in nuovi impianti, naturalmente, c’è il combinato disposto tra il crollo della domanda di veicoli a batteria e la fine degli incentivi federali americani. Il credito d’imposta da settemilacinquecento dollari, che per anni aveva sostenuto le vendite negli Stati Uniti, è scaduto a settembre, e l’amministrazione Trump – tornata alla Casa Bianca – non ha mostrato alcuna intenzione di rinnovarlo o sostituirlo, anzi: le politiche protezionistiche e il disimpegno sul fronte ambientale hanno ulteriormente raffreddato un mercato che, nel quarto trimestre, ha visto le vendite di elettriche crollare di oltre il trenta per cento -7. E se i consumatori americani, messi di fronte a tassi di interesse in crescita e a rate mensili che toccano medie record, hanno cominciato a voltare le spalle all’elettrico, le case automobilistiche si sono trovate nella condizione paradossale di dover onorare contratti di fornitura di batterie per volumi che, semplicemente, non riuscivano piú a piazzare sul mercato. Nel caso della joint venture canadese con Lg, per esempio, la decisione di Stellantis di uscire dalla partnership sarebbe stata accelerata proprio dalla prospettiva di dover pagare pesanti penali qualora non fosse stato ritirato il quantitativo minimo di batterie previsto dagli accordi -1.




