Il giorno più felice: gli iraniani a Milano in piazza festeggiano la morte del loro dittatore

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Redazione Interno Redazione Interno   -   Piazza Duomo, a Milano, si è trasformata in un palcoscenico di giubilo improvvisato, un tripudio di leoni gialli – simbolo dell'antico splendore persiano – e di stelle blu e strisce rosse, i colori di una bandiera che per decenni è stata solo un ricordo o un'aspirazione. Erano centinaia, forse più di mille, gli iraniani della diaspora che sabato sera hanno invaso il salotto buono della città, dando vita a una festa liberatoria e incontenibile. Il motivo di tanta euforia, un'emozione che andava ben oltre la semplice speranza, risiedeva nelle prime, frammentarie notizie giunte da Teheran: il nemico di una vita, la guida suprema Ali Khamenei, “forse” non c'era più. Le agenzie di stampa internazionali, nel primo pomeriggio, avevano iniziato a battere lanci criptici, tutti rigorosamente al condizionale, mentre i social network, come accade in queste circostanze, diventavano il vero termometro dell'attesa. Nelle chat su Telegram e WhatsApp degli iraniani all'estero, quella domanda secca rimbalzava incessante, un mantra carico di ansia e di desiderio: «È vero?».

«Khamenei è la fine di un leader autoritario», la voce di un'artista che si è opposta al regime

Dalla città estense di Ferrara, intanto, si levava la voce di chi quel regime lo ha subito sulla propria pelle. Samar Kian, un'artista che in patria aveva vissuto la repressione fino a laurearsi in giurisprudenza, raccontava il suo personale riscatto, un percorso che l'ha portata dai tribunali di Mashhad, dove lavorava, fino all'Accademia di Belle Arti di Bologna, per specializzarsi. A Ferrara, ora, la sua vita si divide tra la pittura e una passione, quella per la danza, che in Iran equivale a un reato punibile con l'arresto. L'uccisione di Khamenei, spiegava, rappresenta la fine di un'epoca, la conclusione della parabola di un leader autoritario. Nelle sue parole, la stessa speranza che si respirava nelle piazze, la stessa convinzione che un mondo nuovo, per l'Iran, sia possibile. E mentre a Milano e Torino si ballava, la preoccupazione restava un'ombra sullo sfondo, un pensiero fisso per i parenti rimasti a Teheran. Nelle Marche, come in altre regioni, l'attacco congiunto di Stati Uniti e Israele – quest'ultimo guidato da Benjamin Netanyahu, che aveva parlato di "crescenti segnali" della morte del dittatore – riaccendeva la speranza di un cambiamento epocale, ma anche il timore per i propri cari, con le comunicazioni in gran parte interrotte e notizie frammentarie che filtravano a fatica. Le proteste di massa per la democrazia, quelle che avevano infiammato l'Iran a fine 2025 e che erano state represse nel sangue, avevano già acceso quella miccia. Ora, l'intervento esterno e la morte della guida suprema, confermata nella giornata di domenica anche dalla televisione di Stato iraniana, rischiavano di consolidare definitivamente quella spinta al cambiamento.

In centinaia al Parco del Valentino di Torino per festeggiare la morte della guida suprema Ali Khamenei

Nella città sabauda, la scenografia della festa si è spostata al Parco del Valentino. Qui, nella serata di sabato, si sono radunate in centinaia, per alcuni testimoni addirittura in migliaia, le persone che hanno deciso di scendere in strada per celebrare la notizia. Studenti, famiglie, giovani e meno giovani, tutti uniti in un abbraccio collettivo per dare voce a un sentimento che, fino a poche ore prima, sembrava inconfessabile. Ballavano, intonavano cori di giubilo e sventolavano bandiere tricolori, quelle con il leone e il sole, per festeggiare quello che ai loro occhi rappresenta il giorno in cui “la tirannia si è dissolta”. La conferma ufficiale, arrivata da Teheran con l'annuncio di quaranta giorni di lutto nazionale e la chiusura degli uffici governativi per una settimana, ha solo amplificato la portata di un'emozione collettiva che, dalle piazze italiane, sembra voler abbracciare idealmente un intero popolo. Il regime, attraverso i suoi canali ufficiali come Sepah News, ha promesso una vendetta "dura, decisiva e tale da generare rimpianto" contro quelli che ha definito "assassini", ma per la folla in festa, quella era solo la conferma di un cambiamento irreversibile, l'alba di un nuovo giorno per l'Iran.

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