Referendum giustizia, la campagna si accende tra sondaggi contrastanti e dibattiti sul territorio
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Redazione Interno
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Mentre il calendario scorre inesorabile verso l’appuntamento con le urne del 22 e 23 marzo, la campagna per il referendum sulla riforma della giustizia, voluta dal ministro Carlo Nordio e incentrata sulla separazione delle carriere dei magistrati e sul sorteggio dei membri del Csm, entra nella sua fase più calda, caratterizzata da una ridda di sondaggi che dipingono scenari opposti e da un fitto susseguirsi di incontri pubblici, i quali tentano di dipanare la matassa di una riforma costituzionale complessa. Se da un lato le rilevazioni demoscopiche offrono un quadro frammentato – con il Sole delle Ore, citato in alcune analisi, che vedrebbe il fronte del Sì attestato attorno al 53% secondo la piattaforma Human Data, mentre altre proiezioni, come quelle di YouTrend o Demopolis, ipotizzano una sostanziale parità o addirittura un leggero vantaggio per i contrari alla riforma, specialmente in scenari di bassa affluenza -2-6-10 – dall’altro la società civile e le forze politiche moltiplicano gli sforzi per portare la discussione nelle piazze e nelle sale della penisola.
Un dibattito che si articola tra nord e sud, dalle aule giudiziarie agli hotel
La dialettica referendaria, lungi dal rimanere confinata nelle aule parlamentari, si riversa in un vivace confronto pubblico che tocca città grandi e piccole, assumendo le tinte di un’approfondita discussione tecnica ma anche, inevitabilmente, di uno scontro politico. A Bologna, ad esempio, Fratelli d’Italia ha organizzato un incontro dal Titolo emblematico, “Non c’è sicurezza senza giustizia”, che ha visto la partecipazione degli stessi ministri Nordio e Matteo Piantedosi, un accostamento, quello tra i due dicasteri, che intende sottolineare come per una parte politica la riforma della magistratura sia un tassello imprescindibile di un più ampio disegno di tutela per i cittadini. In Sardegna, invece, l’associazione culturale Sicurezza Partecipata e Sviluppo ha promosso un dibattito a Cagliari per esplorare l’equilibrio, sempre delicato, tra le garanzie offerte dalla Carta costituzionale e la funzionalità dell’apparato giudiziario, mentre nella stessa città, nel corso dell’inaugurazione dell’anno giudiziario in Corte d’Appello, si sono levate voci autorevoli a mettere in guardia da uno strappo che potrebbe alterare i delicati equilibri tra i poteri dello Stato.
Parallelamente, iniziative come quella organizzata dal Club de ‘IlSussidiario.net’ a Milano, intitolata “Capire per scegliere: Sì e No sulla separazione delle carriere”, testimoniano lo sforzo di offrire ai cittadini gli strumenti per orientarsi di fronte a quesiti complessi, lontani dalla semplificazione della polemica politica quotidiana. L’incontro, promosso assieme al Comitato M’Impegno e alla Libera Associazione Forense, si propone come un’agorà in cui le ragioni del fronte sostenitore della riforma e quelle dei suoi oppositori possano essere esposte e confrontate, nel tentativo di elevare il livello del dibattito pubblico al di là degli slogan.
Le ragioni profonde del sì e del no: dalla terzietà del giudice al timore del controllo politico
A scandagliare le motivazioni che spingono gli elettori a schierarsi, il rapporto di Human Data offre una fotografia nitida dei diversi immaginari che si contrappongono. Chi intende votare Sì, e quindi avallare la riforma Nordio, lo fa prevalentemente invocando il principio della separazione delle carriere e della conseguente terzietà del giudice (25%), un tema, questo, che tocca le corde profonde della percezione di un processo equo. A questa istanza si affiancano la richiesta di una maggiore tutela per l’imputato (20%) e il desiderio di vedere affermato un principio di responsabilità più stringente per i magistrati (18%), in un’ottica che mira a ridimensionare quello che viene percepito come lo strapotere delle correnti (16%) all’interno del Consiglio superiore della magistratura. Il ministro Nordio, del resto, ha più volte ribadito come il meccanismo del sorteggio per i componenti del Csm, da lui fortemente voluto, sia forse l’elemento ancor più qualificante dell’intera architettura riformatrice, un antidoto necessario contro quello che egli stesso non ha esitato a definire il “mercimonio di cariche e funzioni” alimentato dalle correnti, un sistema, questo, in cui il magistrato che sbaglia finisce per essere giudicato dai suoi stessi elettori.
Sul versante opposto, chi si prepara a votare No concentra le proprie preoccupazioni su un pericolo diametralmente opposto: il rischio di un controllo politico sul pubblico ministero (31%), un timore che, nelle parole della segretaria del Partito Democratico Elly Schlein, troverebbe conferma in alcune dichiarazioni degli stessi esponenti della maggioranza, i quali vedrebbero nella riforma un mezzo per “riequilibrare” i rapporti tra magistratura ed esecutivo -5. Per i contrari, la riforma rappresenterebbe una pericolosa ibridazione, una “politicizzazione del referendum” (21%) strumentale contro il governo, che si sostanzierebbe in un attacco all’indipendenza della magistratura, un pilastro, quest’ultimo, che garantisce l’uguaglianza di tutti i cittadini di fronte alla legge. A questo si aggiungono perplessità tecniche sull’istituto del sorteggio (17%), ritenuto inadeguato a selezionare i migliori, e la convinzione che l’intervento normativo sia comunque distante dai bisogni concreti e urgenti dei cittadini (15%), finendo per occuparsi più di equilibri di potere che dell’efficienza quotidiana del servizio giustizia.
Personalità e testimonial invadono la scena mediatica del referendum
A infiammare ulteriormente gli animi e a catalizzare l’attenzione dei media, e soprattutto dei social network, contribuiscono in maniera determinante le prese di posizione di personaggi pubblici e opinion leader. Il rapporto Human Data segnala come, nell’ultimo mese, le interazioni sul web abbiano raggiunto quasi 50 milioni, con una mobilitazione particolarmente vivace della galassia del No, capace di generare 21,7 milioni di interazioni contro i 17,7 milioni del Sì. In cima alla classifica degli opinionisti più influenti si piazza Alessandro Di Battati, saldamente schierato per il No con oltre 5 milioni di interazioni, seguito a sorpresa da Giovanni Storti, del celebre trio comico Aldo, Giovanni e Giacomo, le cui posizioni contrarie alla riforma hanno raccolto più di 2 milioni di like e condivisioni. Sul fronte del Sì, a tenere banco sono figure come l’avvocato Giuseppe Di Palo e gli account di “Welcome to Favelas”, che pure mobilitano il loro seguito, ma con numeri inferiori.
Non mancano, in questa campagna, gli scontri verbali tra i big della politica e i protagonisti del passato. La senatrice di Forza Italia Stefania Craxi, durante la presentazione del comitato “Giuliano Vassalli” per il Sì, non ha risparmiato una stoccata all’ex magistrato Antonio Di Pietro, co-promotore di un altro comitato referendario per il Sì, mettendone in dubbio l’autorevolezza morale e politica -4. Di Pietro, dal canto suo, è sceso in campo in prima persona, partecipando a dibattiti come quello svoltosi a Lamezia Terme, dove ha incrociato le argomentazioni con Marco Bisogni, componente del Csm schierato per il No, a dimostrazione di come il fronte dei favorevoli alla riforma non sia affatto monolitico e veda al suo interno personalità con storie e sensibilità molto diverse, accomunate dall’obiettivo di modificare l’assetto della magistratura -9.




