Tredici cadaveri recuperati in quattordici giorni nel mare di Sicilia e Calabria, le associazioni chiedono l’identificazione
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Redazione Interno
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Il conto, tragico e silenzioso, continua a salire lungo le coste italiane. Sono tredici, infatti, i corpi senza vita recuperati nelle ultime due settimane tra le spiagge e i tratti di mare davanti alla Sicilia e alla Calabria, un numero che rappresenta soltanto una frazione visibile di una tragedia ben più vasta e i cui contorni reali, come spesso accade in questi casi, restano in larga parte sommersi. L’ultimo ritrovamento in ordine di tempo, avvenuto ieri, sulla spiaggia di Torrazza, a Petrosino, comune che sorge a metà strada tra Marsala e Mazara del Vallo, riporta l’attenzione su un fenomeno che le correnti e le mareggiate, quelle stesse generate dal ciclone Harry che tra il 18 e il 21 gennaio ha sferzato il Mediterraneo centrale con venti fino a centoventi chilometri orari, stanno restituendo agli occhi di chi quelle coste le abita e le vive. Solo due giorni prima, al tramonto, era stato un pescatore intento a esplorare la costa per la prima battuta di pesca dopo giorni di bufera, a notare un altro Corpo nel mare di San Vito Lo Capo, in provincia di Trapani, mentre altri cinque cadaveri erano emersi nei giorni precedenti nel tratto di mare intorno a Pantelleria e altri ancora sulle coste tirreniche del Vibonese e del Cosentino, a Tropea come a Paola, dove i resti umani, in alcuni casi già in avanzato stato di decomposizione, sono stati recuperati dalla Guardia costiera su segnalazione di passanti o di studenti.
Di fronte a questa scia macabra che riaffiora, un gruppo composito di associazioni – tra cui MEM.MED, ASGI, Mediterranea e Alarm Phone – ha indirizzato una richiesta formale alle autorità nazionali e locali, chiedendo che vengano attivate immediatamente tutte le procedure necessarie per l’identificazione di questi corpi. La loro istanza, che si basa sul principio del pieno rispetto dei protocolli per il prelievo del DNA e per la tracciabilità certa delle sepolture, mira a fornire risposte a quelle numerose famiglie che da settimane, o forse mesi, cercano notizie dei propri cari, imbarcatisi sulle rotte della speranza e inghiottiti dal mare in tempesta. Si sospetta, infatti, che i cadaveri riaffiorati siano proprio le vittime dei naufragi avvenuti nel Canale di Sicilia durante il passaggio del ciclone Harry, quando le partenze dalla Tunisia, in particolare dalle coste vicine a Sfax, si sono intensificate nonostante le condizioni proibitive, spinte da un contesto di crescenti violenze e pressioni.
«Aiutateci a identificare i nostri cari», l’appello disperato da Sfax
Dalla città tunisina di Sfax, che negli ultimi anni è diventata uno dei principali hub di partenza per i migranti diretti verso l’Europa, arriva la testimonianza diretta di chi quel dolore lo vive sulla propria pelle. Ibrahim Fofanah, medico e attivista, ha registrato e diffuso un video, raccolto dalla ong Refugees in Libya e rilanciato da Mediterranea Saving Humans, in cui lancia un appello al governo italiano affinché si adoperi per identificare le salme che continuano a essere rinvenute. La sua voce è carica di un’angoscia profonda, quella di chi tra il 18 e il 20 gennaio ha perso ogni contatto con cinque membri della propria famiglia: suo figlio, sua moglie e altri parenti stretti, tutti scomparsi mentre tentavano quella traversata che avrebbe dovuto condurli verso una vita migliore. «Ora sappiamo che diversi corpi sono stati rinvenuti – dice Ibrahim nel video – e tutti noi qui siamo profondamente traumatizzati e in angoscia». Un grido che attraversa il Mediterraneo e che chiede giustizia, o almeno la certezza di una verità che possa permettere a queste famiglie di elaborare un lutto, restituendo un nome e una dignità a chi in mare ha trovato la morte.
Le stime, per quanto parziali e difficili da verificare con esattezza, parlano di numeri spaventosi. Secondo le ricostruzioni raccolte dalle stesse organizzazioni umanitarie, nei giorni più intensi del ciclone Harry potrebbero essere partite una decina di imbarcazioni dal tratto di costa tra Sfax e Mahdia, e di queste soltanto una sarebbe riuscita a raggiungere Lampedusa. Il numero dei dispersi, secondo Refugees in Libya, potrebbe aggirarsi intorno al migliaio di persone, un dato che, se confermato, renderebbe questo periodo uno dei più letali degli ultimi anni nel Mediterraneo centrale. L’Organizzazione Internazionale per le Migrazioni, pur con tutte le cautele del caso, aveva già registrato nel solo mese di gennaio oltre quattrocentocinquanta vittime, un numero triplo rispetto allo stesso periodo dell’anno precedente, ma i racconti dei sopravvissuti e le segnalazioni dei familiari lasciano intendere che la strage possa essere stata molto più ampia.
L’obbligo di indagare e il diritto a una sepoltura dignitosa
Le procure di Paola, Vibo Valentia e Trapani hanno aperto fascicoli d’inchiesta per stabilire le cause dei decessi e accertare se vi siano segni di violenza sui corpi, ma l’ipotesi prevalente resta quella del naufragio legato alle avverse condizioni meteomarine. Tuttavia, per i familiari e per le associazioni che li sostengono, non basta stabilire la causa della morte. Ciò che conta è restituire un’identità a quei corpi, molti dei quali sono talmente compromessi dalla permanenza in acqua da rendere difficile persino il riconoscimento del sesso. Nella lettera inviata alle autorità, le organizzazioni ricordano «l’obbligo degli Stati di indagare in modo efficace su tutte le morti sospette, adottando adeguati provvedimenti per identificare il cadavere e custodire le prove». Un passaggio che non è soltanto un atto dovuto dal punto di vista giuridico, ma rappresenta un elemento fondamentale di civiltà, perché consente di incrociare i dati genetici prelevati dalle salme con quelli forniti dai parenti che, sparsi in Europa e in Tunisia, attendono una risposta.
Le procedure sollecitate riguardano, nello specifico, il prelievo sistematico di campioni di DNA, l’esame cadaverico approfondito e la creazione di un canale chiaro attraverso cui i familiari delle persone scomparse possano fornire i propri campioni biologici per le comparazioni. Una volta svolti questi accertamenti, la richiesta è che ai corpi venga data sepoltura, ma che questa avvenga in modo certo e riconoscibile, con l’indicazione chiara del luogo, affinché laddove possibile siano gli stessi familiari, magari in un futuro non troppo lontano, a poter decidere riguardo alle modalità di sepoltura o alla eventuale riallocazione delle spoglie nei paesi d’origine. Non si tratta, come spesso si sente dire, di un gesto di mera pietas, ma del riconoscimento di un diritto fondamentale, quello all’identità, che non può essere cancellato dalle onde.
Recuperi difficili e il mare che testimonia
Le operazioni di recupero, condotte in condizioni non sempre agevoli, raccontano anche un’altra storia, fatta di piccoli gesti e di sguardi che non possono distogliere lo sguardo. A Tropea, in provincia di Vibo Valentia, è stato il comandante della Guardia costiera, Giuseppe Durante, a tuffarsi tra le onde gelide per recuperare i resti di un uomo, notando quel particolare salvagente arancione che, come ha dichiarato, è lo stesso che viene utilizzato dai migranti e che lui aveva visto in tante operazioni di soccorso negli anni passati. Un dettaglio che trasforma il recupero in un atto di riconoscimento, di memoria. Sulla spiaggia di Paola, nel Cosentino, sono apparsi i resti di un’altra persona, presumibilmente un giovane, di cui è stata rinvenuta solo una parte del, mentre a Scalea, nei pressi del Lido Nausicaa, alcuni passanti hanno notato un corpo sulla spiaggia e poi un altro, a distanza di pochi giorni. Il mare, in questo frangente, sembra voler restituire ciò che la politica e l’indifferenza tendono a nascondere, come ha osservato padre Camillo Ripamonti, presidente del Centro Astalli, commentando con voce rotta dalla commozione questi ritrovamenti. Il Mediterraneo non vuole più farsi complice di questa strage silenziosa, non vuole più mentire su ciò che accade quotidianamente lungo una delle rotte migratorie più letali del pianeta, dove il diritto alla vita e alla dignità continuano ad essere calpestati sotto gli occhi di tutti.
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