Magione, il giorno dell’addio ai gemelli Fierloni: “Erano la nostra vita”

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Redazione Interno Redazione Interno   -   Le serrande, nel paese, sono rimaste abbassate. A Magione, oggi, non si è lavorato, né si è fatto molto altro se non assistere, in un silenzio rotto solo dal pianto trattenuto, a una cerimonia funebre che ha letteralmente tolto il fiato a chi vi prendeva parte. È il giorno del dolore più crudo, quello dell’ultimo saluto a Francesco e Giacomo Fierloni – ventitré anni, gemelli, definiti da chiunque li abbia incrociati “due ragazzi d’oro” –, strappati all’esistenza da una scarica elettrica mentre, martedì scorso, cercavano di recuperare un piccione addestrato. Li ha trovati lo zio, in località La Goga, quando ormai non c’era più nulla da fare: toccando con un’asta uno dei cavi della media tensione, i due giovani sono rimasti folgorati sul colpo. L’intero territorio, quello umbro che costeggia il lago Trasimeno, si è stretto attorno alla famiglia Fierloni con una partecipazione che pareva non finire mai, segno evidente di quanto quei due ragazzi fossero considerati pilastri dell’azienda agricola di famiglia e, più in generale, simbolo di una gioventù operosa che la cronaca nera, quando colpisce, cancella senza lasciare scampo.

L’abbraccio fatale: si sono sostenuti fino all’ultimo istante

I rilievi medico-legali, condotti sui corpi dei due ventitreenenni, hanno restituito un dettaglio che aggiunge ulteriore tragico spessore a quanto già accaduto: i segni lasciati dalla folgorazione raccontano una sequenza di gesti disperati e simultanei. Quando la scarica elettrica ha investito il primo dei due fratelli – non è chiaro se Francesco o Giacomo, né questo avrebbe cambiato la sostanza –, l’altro non ha esitato un solo istante. Ha tentato un soccorso impossibile, magari allungando a sua volta un braccio o un attrezzo, e così facendo ha condiviso l’identico destino. Nessuno dei due è morto da solo: si sono tenuti, in qualche modo, fino all’ultimo respiro. Una conferma, questa, che ha strappato un nuovo, soffocante velo di commozione tra i presenti in chiesa, dove i feretri gemelli sono stati accolti da una folla che non accennava a diradarsi neppure sotto il sole di aprile.

Le parole di Buconi: “Fastidio e disgusto” per i commenti sulla tragedia

Se la piccola comunità di Magione piange due dei suoi figli migliori, c’è però chi, davanti alla notizia, ha reagito in ben altra maniera. Massimo Buconi, presidente nazionale della Federcaccia, ha dichiarato di faticare a trovare le parole per esprimere il fastidio – un termine che ha poi rincarato con “disgusto” – che prova nei confronti di chi, senza conoscere i fatti, ha preso a pretesto l’accaduto per attaccare la caccia. Il riferimento è preciso: attorno all’incidente sono fiorite ricostruzioni fantasiose, qualcuno ha parlato di bracconaggio, altri hanno lasciato intendere che quei due ragazzi si trovassero in qualche situazione illecita. Buoni, nella sua nota, ha invece ribadito che Giacomo e Francesco si stavano semplicemente addestrando con un uccello da richiamo (un piccione destinato alla caccia al colombaccio) e che quest’ultimo si era allontanato dal capanno nel bosco. Non c’era alcuna attività vietata, né tantomeno imprudenza volontaria: solo il tentativo, finito in tragedia, di recuperare un animale che faceva parte della loro passione quotidiana.

Un dolore che non chiede giudizi

La madre dei due gemelli, nel giorno dell’addio, è riuscita a pronunciare poche parole, spezzate da singhiozzi che arrivavano dritti allo stomaco di chi ascoltava. “Erano la nostra vita. Abbiamo perso tutto”, ha detto, senza aggiungere altro. Ed è forse questa la sintesi più vera della vicenda: quella di una famiglia che si ritrova senza due figli nella stessa mattina, senza nemmeno il tempo di capire chi dei due sia caduto per primo. I commenti pesanti, quelli a cui faceva riferimento il presidente della Federcaccia, suonano oggi come un rumore di fondo lontano, quasi fosse arrivato da un altro pianeta. Magione, intanto, si prepara a tornare alla normalità con le serrande che riprenderanno a salire domattina, ma con la consapevolezza – amara, definitiva – che da qui in avanti qualcosa, nel modo di guardare ai campi e ai cavi dell’alta tensione, non sarà più come prima.

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