Tomasoni, un argento e quel sole disegnato sul casco per Matilde Lorenzi: «Le favole esistono»
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Redazione Sport
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Non era mai salito sul podio in Coppa del Mondo, non aveva mai assaporato la consistenza di una medaglia nel circo bianco delle competizioni che contano, eppure Federico Tomasoni, ventottenne bergamasco di Castione della Presolana, ha scelto proprio la notte dei Giochi di Milano Cortina per riscrivere la propria carriera e, insieme, per regalare all’Italia una pagina di sport che trascende la mera classifica. Sul tracciato di Livigno, quello costellato di gobbe, paraboliche e salti che mettono alla prova il coraggio e la tecnica, l’azzurro ha firmato una rimonta magistrale negli ultimi metri, infilando una traiettoria interna che ha costretto il fotofinish a sancire la vittoria sullo svizzero Alex Fiva, un verdetto di pochi millesimi che vale un argento dal sapore epico. Accanto a lui, a completare una doppietta storica che mancava in questa edizione dei Giochi, c’era Simone Deromedis, il venticinquenne trentino iridato in carica, il favorito della vigilia che non ha sbagliato un colpo tenendo la testa della corsa dalla batteria fino all’ultimo metro: un uno-due azzurro che consolida il terzo posto nel medagliere e porta a dieci il conto degli ori.
Il casco con il sole, il simbolo di un amore che corre sul ghiaccio
Se la prestazione di Deromedis ha il sapore della conferma, quella di Tomasoni porta con sé il peso e la leggerezza di una storia personale che si intreccia inestricabilmente con la neve. Il casco che l’atleta indossava durante la discesa non era un accessorio qualunque: nero, con un sole giallo al centro, riprendeva il logo della fondazione dedicata a Matilde Lorenzi, la giovane promessa dello sci alpino scomparsa nell’ottobre del 2024 a seguito di un tragico incidente in allenamento in Val Senales. Un tributo visibile, voluto, a cui Federico aveva già accennato nei giorni scorsi con un post social, «sarai per sempre il mio sole», e che ieri è diventato il filo conduttore di una gara vissuta con gli occhi lucidi e il cuore pesante. «C’è stato un momento in cui ho pensato di lasciare tutto, volevo smettere di sciare», ha raccontato l’azzurro, ripercorrendo i mesi successivi alla perdita della fidanzata, conosciuta appena sei mesi prima di quel maledetto giorno, e lo sport, piano piano, che lo ha riportato in pista.
La rimonta al fotofinish e l’abbraccio con la memoria
La finale, corso su quattro atleti, ha visto Tomasoni lottare metro dopo metro, recuperare posizioni con una determinazione che raramente si vede sulle nevi di Livigno e piazzare lo spunto decisivo sulla linea d’arrivo, quel fotofinish che lo ha premiato sullo svizzero Fiva e sul giapponese Satoshi Furuno, costretto così fuori dal podio. Al traguardo, l’abbraccio con Deromedis, il rotolarsi nella neve e poi, immediato, il gesto che ha commosso il pubblico e i familiari presenti: lo sguardo al cielo, le dita che baciano la medaglia e si alzano verso l’alto, come a cercare uno sguardo che non c’è più. Adolfo Lorenzi, papà di Matilde, ha seguito la gara in televisione e, raggiunto dai cronisti, non ha nascosto l’emozione: «Ce l’aveva promesso, ieri ci ha detto che oggi avrebbe corso per lei, e ha cercato quella medaglia fino all’ultimo. Quella medaglia l’hanno vinta in due. Federico è di famiglia, per noi è un ragazzo di casa, e in qualsiasi suo gesto c’è sempre un pensiero per Mati».
La preghiera esaudita e il talento di chi non molla
Tomasoni, figlio di Battista, ex atleta e oggi istruttore che gli ha trasmesso il linguaggio della fatica e del corretto approccio alla montagna, ha sempre respirato sport tra le valli bergamasche, ma il suo curriculum parlava di un passato da sciatore alpino convertitosi allo ski cross, un bronzo mondiale a squadre nel 2023 con Jole Galli e qualche piazzamento in Coppa del Mondo senza guizzi particolari. Fino a ieri. Perché a volte le Olimpiadi di casa sanno regalare storie che vanno oltre la logica delle gerarchie, e quella di Federico è la dimostrazione che la tenacia, quando incontra un movente profondo, può trasformare un atleta in un simbolo. «Le favole esistono», ha mormorato lui stesso dopo la premiazione, mentre la neve continuava a cadere su Livigno e i tifosi azzurri intonavano cori. Una frase che suona quasi come un testamento sportivo, un modo per dire che anche quando la vita personale ti toglie qualcosa di insostituibile, il gesto atletico può diventare veicolo di memoria e riscatto.




