Buonvino e i misteri di Villa Borghese: l’autobiografia di un commissario “gentile” conquista la Rai

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Redazione Cultura e Spettacolo Redazione Cultura e Spettacolo   -   C’è un ingrediente segreto – o forse non poi così tanto, a guardarlo bene – che trasforma un semplice caso di cronaca nera in un fenomeno da prima serata, e quel lievito, quando si parla di “Buonvino - Misteri a Villa Borghese”, risiede proprio nella penna del suo creatore. Il tracciato che porta a scrivere un giallo, anzi a scriverne parecchi, e a vederli poi trasformati in fiction per Rai 1, è tra i più ambiti del panorama letterario italiano, e sarebbe stato davvero curioso non ritrovarvi anche il commissario Giovanni Buonvino, creato da Walter Veltroni. L’ex segretario del Partito Democratico, infatti, ha riversato nel personaggio – lo si nota fin dalle prime battute della serie andata in onda giovedì 7 maggio – una quantità tale di estri autoriferibili da far sembrare il poliziotto un alter ego perfetto: bontà d’animo, quel passato da militante (poi deviato verso la giustizia), una certa introversione malinconica e citazioni musicali e cinematografiche a profusione la fanno da padrone.

Un uomo gentile in un mondo sporco: perché Giorgio Marchesi ha convinto tutti

Finalmente, si potrebbe azzardare, è arrivato in tv un nuovo commissario cui affezionarsi, e lo si deve in larga parte alle sembianze che Giorgio Marchesi ha prestato al vicequestore. L’attore è riuscito a rendere magistralmente quella che lui stesso, in una recente intervista, ha definito una “leadership gentile” o, per usare un termine caro ai produttori, un “eroe imperfetto”. Lontano dagli stereotipi del poliziotto tutto d’un pezzo o del tormentato solitario che risolve i casi a colpi di fiuto e ira, Buonvino è un uomo costretto a ricominciare dopo un errore professionale durante un blitz, relegato in quel di Villa Borghese. E qui sorge la particolarità della serie: il cuore verde di Roma non è solo uno sfondo patinato per cartoline, ma diventa un vero e proprio protagonista, un luogo attraversato da indagini, segreti familiari e casi che, come nel primo episodio dedicato alla scomparsa di un bambino dieci anni prima, affondano le radici in un passato doloroso.

Roma, in questo senso, viene raccontata come non si vedeva da tempo: niente periferie difficili o degrado, ma la luce soffusa dei pini secolari e il contrasto affascinante – come lo ha definito la regista Milena Cocozza – tra la bellezza idilliaca del parco e l’efferatezza dei delitti che vi vengono commessi. Il commissariato, per Buonvino, nasce come una punizione; per lo spettatore, invece, si trasforma in un’occasione per esplorare un microcosmo umano dove la violenza è solo allusa e il giallo si mescola volentieri alla commedia.

Personaggi e secondi atti: la squadra dei “poco esperti” e il peso del passato

Se Buonvino è il collante, la struttura portante della fiction poggia sulle spalle di una squadra che lui deve letteralmente ricostruire da zero. Abbiamo la vice Veronica Viganò, interpretata da Serena Iansiti, un’investigatrice solare sulla carta ma devastata dentro: reduce dalla morte del marito, cerca il tran tran del commissariato di Villa Borghese per proteggersi. Intorno a loro, un manipolo di outsider che la sceneggiatura tratteggia con cura: c’è l’ispettore informatico che ha scelto la tranquillità per stare con la figlia, l’agente impulsivo e la laureata in economia con un’anima da detective finanziario. Veltroni e gli sceneggiatori (Salvatore De Mola e Michela Straniero) giocano molto sul concetto di seconda possibilità, un tema che lega indissolubilmente il caso della puntata alle vicende personali dei protagonisti.

E se il primo dei due episodi ha debuttato con un ascolto boom, raccogliendo oltre 3,3 milioni di spettatori e il 20,3% di share, la domanda che circola negli ambienti di Viale Mazzini è un’altra. C’è abbastanza materiale per una seconda stagione? A giudicare dal numero di romanzi rimasti fuori dall’adattamento, la risposta non può che essere affermativa. Veltroni, va ricordato, ne ha scritti a decine – qualcuno dice forse troppi – e la produzione Palomar (la stessa di Montalbano) ne ha già acquistati sei. La prima stagione, infatti, ha utilizzato solo una parte limitata del materiale letterario disponibile.

Il caso del bioparco e l’estetica del giallo “leggero”

L’appuntamento con la seconda e ultima puntata è fissato per giovedì 14 maggio, e le anticipazioni promettono un salto di qualità nell’orrore, anche se sempre filtrato dal trito e ritrito “canone estetico” della Rai di cui parla la critica. Il nuovo mistero si consuma al Bioparco: all’interno della teca di un'anaconda viene ritrovato il cadavere di un uomo, nudo e decapitato. Un delitto efferato che la regista Milena Cocozza, come ha spiegato nelle note di regia, gestisce cercando di non scadere nello splatter, mantenendo quel “cortocircuito” tra meraviglia e orrore che piace al pubblico generalista.

Mentre le indagini si concentrano sui dipendenti della struttura – tutti potenziali sospettati – il lato sentimentale della trama si infittisce. Il rapporto tra Buonvino e Veronica, segnato da un forte imbarazzo e da un passato di vecchie promesse dell’accademia, rischia di complicare ulteriormente la risoluzione del caso. Tra i dialoghi ben scritti e la fotografia che esalta i viali del parco, la serie convince perché non cerca di essere ciò che non è: un thriller duro e puro. Piuttosto, si presenta per quello che è, ossia un prodotto confortevole, dove la sigla musicale di Lucio Dalla introduce a un’ora di televisione pacata, umana, e volutamente fuori dai tempi “urlati” che caratterizzano il presente. E forse, in un panorama televisivo saturo di anti-eroi rabbiosi, è proprio questa gentilezza a fare la differenza.

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