Israele si dice pronto a colpire l’Iran una terza volta, Katz: “Con forza maggiore”
Articolo Precedente
Articolo Successivo
Redazione Esteri
-
La tregua era appena agli sgoccioli e Israele, a quanto pare, non vedeva l’ora che si arrivasse a questo punto. Con la ripresa delle ostilità tra Iran e Stati Uniti, il ministro della Difesa Israel Katz ha rotto gli indugi nel corso di una cerimonia militare, dichiarando che le forze armate sono pronte a colpire nuovamente Teheran, se necessario, “anche una terza volta”.
E non si è trattato di una semplice dichiarazione di circostanza: Katz ha promesso che un eventuale ritorno sul campo avverrebbe “con una forza ancora maggiore”, un avvertimento chiaro volto a ristabilire quella superiorità aerea che Israele considera essenziale per la propria sicurezza.
La tensione dopo la morte di Khamenei
Il tutto si inserisce in un quadro di tensione già altissimo, reso ancora più incandescente dalle esequie dell'ayatollah Ali Khamenei. La guida suprema iraniana, morta il 28 febbraio – il primo giorno della guerra scoppiata con Israele e gli Stati Uniti dopo oltre trent'anni di potere –, è stata al centro di cerimonie funebri che hanno attraversato il paese.
Oggi la salma è stata portata in Iraq, nelle città sciite di Najaf e Karbala, dove cortei di fedeli hanno accolto il feretro nei pressi dei santuari più sacri dell’Islam sciita, prima del trasferimento verso la sepoltura definitiva nella terra natale. Una presenza, quella della bara di Khamenei in territorio iracheno, che aggiunge un ulteriore tassello simbolico e politico a una crisi ormai globale.
La posizione del Quincy Institute e le parole di Parsi
Non tutti, però, sono convinti che la strada militare sia inevitabile, né tantomeno vantaggiosa per gli attori in campo. A gettare acqua sul fuoco delle ipotesi di un conflitto allargato ci ha pensato Trita Parsi, vicepresidente del Quincy Institute, secondo cui le probabilità di una soluzione bellica non sono affatto aumentate rispetto a qualche mese fa. “Anche se Trump ha mille missili pronti a colpire l’Iran – ha affermato Parsi –, le probabilità di una soluzione militare allo scontro con Teheran non sono aumentate oggi, rispetto a febbraio o aprile”.
Il punto, nelle analisi di Parsi, è che la crisi petrolifera è peggiorata in modo significativo, e questo rappresenta un serio problema per il presidente degli Stati Uniti in vista delle elezioni di midterm. Un'eventuale escalation, insomma, rischierebbe di rivelarsi controproducente sul fronte economico e politico interno, frenando quella spinta all’intervento che pure sarebbe tecnicamente possibile.
La prudenza, da questo punto di vista, sembra suggerire che la guerra – per quanto minacciata – possa ancora essere evitata, o quantomeno rimandata a un momento più favorevole per gli equilibri di Washington.
Attacchi americani e vittime in Iran
Nel frattempo, sul terreno, i colpi si stanno già scambiando. Nuovi attacchi statunitensi hanno preso di mira l’Iran, con droni e missili che hanno colpito anche obiettivi in Kuwait e Bahrein. Particolarmente grave è la situazione ad Ahvaz, dove tre persone hanno perso la vita in un raid americano, segno che la ripresa delle ostilità non è solo retorica. Trump, dal canto suo, ha dichiarato che “l’intesa è finita”, sancendo di fatto la fine di qualsiasi tentativo di mediazione e aprendo la strada a nuove azioni militari.
Israele, da parte sua, osserva la scena con attenzione e non nasconde la propria disponibilità a intervenire ancora. Le parole di Katz, d'altronde, suonano come un messaggio diretto sia a Teheran che agli alleati americani: Gerusalemme è pronta a fare la propria parte, anche in solitaria se necessario, per impedire che l’Iran consolidi la propria posizione nella regione. E la promessa di una “terza volta” con forza maggiore lascia intendere che i prossimi giorni potrebbero rivelarsi decisivi per gli equilibri del Medio Oriente.




