Katz promette di riportare l’Iran “al Medioevo” in attesa del via libera di Trump

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Redazione Esteri Redazione Esteri   -   La tensione intorno allo Stretto di Hormuz, già resa incandescente dal blocco navale imposto dagli Stati Uniti e dalla controffensiva iraniana che ha portato al sequestro di due navi commerciali, si arricchisce ora di una minaccia esplicita proveniente da Tel Aviv. Israel Katz, ministro della Difesa israeliano, ha dichiarato che le sue Forze di Difesa sono pronte a riprendere le operazioni belliche contro la Repubblica Islamica, subordinando però l’azione a un via libera che, a questo punto, sembra attendere soltanto una formalizzazione da parte dell’amministrazione Trump.

In una registrazione diffusa durante una riunione sulla sicurezza, Katz ha delineato un piano che non lascia spazio ad ambiguità tattiche, specificando che l’obiettivo non si limiterà a un ennesimo raid militare, ma mira a smantellare quella che lui stesso ha definito l’“infrastruttura economica nazionale” dell’Iran. “Le cose cambieranno”, ha avvertito il ministro, il quale ha aggiunto – con un linguaggio che richiama le dure escalation retoriche del passato – che Israele intende “riportare l’Iran all’età della pietra, facendo saltare in aria le infrastrutture energetiche”. Si tratta, nelle sue intenzioni, di colpire i pilastri della distribuzione di energia, una leva che a suo dire strozzerebbe il regime nel suo stesso ventre produttivo.

Questa dichiarazione di guerra condizionata arriva mentre nel Mar Rosso e nel Golfo Persico la situazione è già degenerata in un braccio di ferro navale dal potenziale esplosivo. Da una parte, il CENTCOM americano ha rivendicato il controllo totale delle acque, affermando di aver ordinato a 31 navi di invertire la rotta – una manovra alla quale la maggior parte delle petroliere avrebbe ottemperato – e di aver sigillato ermeticamente lo Stretto, decretando che nessuna imbarcazione può entrare o uscire senza l’approvazione della marina a stelle e strisce. Dall’altra, i Guardiani della Rivoluzione iraniani hanno risposto con una mossa dimostrativa: il sequestro della "Francesca" della MSC e di un’altra nave, un’operazione che Teheran ha giustificato con presunte violazioni delle norme di navigazione, ma che sul campo rappresenta una chiara sfida al blocco imposto da Washington.

Hormuz, un "coperchio" sotto pressione

A complicare ulteriormente il quadro, contribuendo a quell’atmosfera di "caos controllato" che aleggia nella regione, è però la posizione ambivalente del presidente americano. Sebbene Katz attenda un cenno dal Pentagono per scatenare l’offensiva, dalla Casa Bianca arrivano segnali contraddittori. Donald Trump, che pure rivendica con forza il controllo dello Stretto e minaccia azioni drastiche – come l’ordine di “distruggere qualsiasi imbarcazione, anche di piccole dimensioni, che provi a posare mine” – ha infatti frenato gli animi riguardo all’arma totale.

Rispondendo a chi gli chiedeva conto di una possibile escalation nucleare, Trump ha liquidato l’ipotesi come una “domanda stupida”, ribadendo che non c’è alcuna intenzione di utilizzare ordigni atomici in Medio Oriente. Anzi, contrariamente all’urgenza mostrata da Katz, il presidente ha dichiarato di non avere alcuna fretta di concludere un accordo con Teheran, sostenendo che – militarmente – gli Stati Uniti hanno già ridotto l’Iran in uno stato di paralisi decisionale tale che i vertici locali “non sanno nemmeno chi guidi il Paese”.

L’attesa di Israele e il nodo del fronte libanese

Questo temporeggiamento americano crea una frizione sotterranea con l’alleato israeliano. Mentre Katz parla di “eliminazione della dinastia Khamenei”, Trump sembra giocare su un doppio binario: da un lato conferma la tregua con il Libano, estendendo il cessate il fuoco con Hezbollah per altre tre settimane per garantirsi margini di manovra; dall’altro ribadisce il blocco navale come leva diplomatica per strappare concessioni, consapevole che Teheran perde centinaia di milioni di dollari al giorno per l’impossibilità di esportare greggio.

Israele si trova quindi in una posizione di attesa armata. Katz ha già individuato gli obiettivi sensibili – quelli energetici su tutti – e ha annunciato che l’attacco sarà “letale” e capace di “scuotere le fondamenta del regime”. La palla passa dunque a Trump, il quale dovrà decidere se autorizzare un’operazione che rischierebbe di far saltare il tavolo delle trattative (i colloqui in Pakistan sono arenati su posizioni inconciliabili) o se continuare a utilizzare lo strangolamento marittimo come unica arma, lasciando Israele in una sorta di “gabbia” tattica.

Il blocco e le sue conseguenze immediate

Sul terreno, intanto, le regole dello scontro sono già scritte nel sangue dell’economia. Il blocco imposto dagli Stati Uniti ha reso lo Stretto di Hormuz un passaggio virtualmente interdetto: le navi che non obbediscono agli ordini di inversione rischiano l’abbordaggio o il fuoco. Il Pentagono ha peraltro rivelato che l’Iran potrebbe aver disseminato decine di mine nelle acque, alcune delle quali a deriva controllata via Gps, rendendo le operazioni di dragaggio complesse e destinate a durare mesi, ben oltre la fine teorica delle ostilità.

In questo scenario, la promessa di Katz di riportare l’indietro le lancette della storia iraniana rappresenta una minaccia concreta di allargamento del conflitto. La “guerra ombra” che per anni ha caratterizzato le schermaglie tra lo Stato ebraico e la Repubblica Islamica rischia di trasformarsi in un bombardamento sistematico delle centrali e dei nodi logistici, un’azione che l’amministrazione Trump, per ora, sembra voler tenere nel cassetto come ultima carta, nonostante le pressioni del suo principale alleato regionale.

Meta description: Israele, Katz attende ok da Usa per attacco all’Iran. Blocco navale a Hormuz, sequestrate due navi. Trump esclude armi nucleari ma tiene stretto lo Stretto.

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