La minaccia di Katz: “Riportiamo l’Iran al Medioevo”. In attesa del via libera di Trump, si ferma una nave fantasma
Articolo Precedente
Articolo Successivo
Redazione Esteri
-
La tensione, che già sembrava incandescente nei giorni convulsi dei falliti tentativi di mediazione, è esplosa nuovamente con una virulenza inaspettata. Israel Katz, ministro della Guerra israeliano, ha pronunciato parole che suonano come un vero e proprio ultimatum, assicurando che lo Stato ebraico ha già nel mirino le infrastrutture vitali della Repubblica Islamica. In una dichiarazione registrata e diffusa in quelle stesse ore, Katz ha promesso di riportare l’indietrista economia iraniana “al Medioevo”, o addirittura “all’età della pietra”, concentrandosi su quelle che lui stesso ha definito le “infrastrutture economiche nazionali”, ovvero i nodi energetici e gli impianti di distribuzione dell’energia. Il ministro, la cui fermezza retorica non ha precedenti nelle recenti comunicazioni ufficiali, ha chiarito che Israele è pronto a riprendere la guerra su vasta scala, ma a una condizione: il via libera definitivo da Washington. “Siamo pronti sia in difesa che in attacco”, ha dichiarato Katz al termine di una riunione con lo stato maggiore, lasciando intendere che la miccia pronta a bruciare è però saldamente nelle mani dell’amministrazione Trump.
L’ombra di Teheran e lo stallo negoziale
Mentre Israele preme per un’azione militare che possa “completare l’eliminazione della dinastia Khamenei”, il fronte diplomatico appare invece in una paralisi totale. I negoziati che avrebbero dovuto riavviare il dialogo tra Stati Uniti e Iran stentano a ripartire, relegati in un limbo pericoloso; le divergenze sembrano insormontabili. Non aiuta certo la percezione, diffusa dal presidente americano Donald Trump, di una “confusione sulla leadership a Teheran”, un caos che l’inquilino della Casa Bianca ha utilizzato come giustificazione principale per un gesto plateale: l’annullamento della missione in Pakistan dei suoi due inviati di punta, Steve Witkoff e Jared Kushner. Secondo quanto riferito dallo stesso tycoon, la cancellazione del viaggio (che sarebbe dovuto servire proprio per incontrare i mediatori) è stata immediata, secca. “Possono chiamarci, abbiamo le carte in mano”, ha sbottato Trump in un’intervista, aggiungendo perentorio: “Non farò fare loro un volo di 18 ore per stare seduti a parlare del nulla”.
Il tour di Araghchi e la “flotta ombra” nel mirino
Dall’altra parte, il capo della diplomazia iraniana, Abbas Araghchi, non ha perso tempo. Lasciata Islamabad subito dopo l’incontro con le autorità pachistane, ha dichiarato ai giornalisti che “gli americani non sono seri”, avviando un tour lampo che lo ha portato prima a Muscat, capitale dell’Oman (storico paese mediatore), e poi diretto verso Mosca. L’intento, evidente, è quello di cercare sponde alternative o quantomeno creare una pressione diplomatica laterale. Nel frattempo, il braccio di ferro navale nel Mar Arabico si è fatto improvvisamente molto concreto. Un elicottero della Marina americana, decollato dal cacciatorpediniere lanciamissili USS Pinckney, ha intercettato una delle navi designate come facenti parte della cosiddetta “flotta ombra” iraniana; si tratta di mercantili sanzionati dal Dipartimento del Tesoro americano per il trasporto di petrolio e derivati. Secondo l’anodino comunicato del Comando Centrale americano, la nave (identificata come M/V Sevan) si sta uniformando alle direttive militari, facendo così ritorno verso le coste iraniane sotto scorta. Un gesto di forza che dimostra come il blocco navale, iniziato dai tempi dell'ultima grande escalation, sia tutt’altro che allentato.
Il “documento” che cambia in dieci minuti
Trump, che ormai siede alla Casa Bianca da più di un anno dopo la rielezione, ha raccontato un curioso retroscena sull’andamento delle trattative: secondo la sua versione, l’offerta di pace presentata da Teheran risultava inizialmente insufficiente, non all’altezza delle aspettative. Eppure, con un tempismo che lui stesso ha definito “strano”, dieci minuti esatti dopo la sua decisione di cancellare la missione dei due inviati in Pakistan, il telefono squillava con una nuova proposta. “Ce ne hanno mandato un altro, migliore del precedente”, ha rivelato Trump, citando un nuovo documento di pace. Un colpo di scena, questo, che non ha però scalfito la posizione dura dell’amministrazione: l’ordine degli attacchi in Libano, impartito nel frattempo da Netanyahu direttamente alle forze armate israeliane (Idf) per colpire le infrastrutture di Hezbollah, dimostra che la guerra su più fronti non è affatto tramontata. La situazione resta quella di una “guerra lampo” congelata ma pronta a riesplodere, dove la fiamma dell’economia iraniana è sotto la lente di ingrandimento di Katz, e la parola fine spetta solo a Trump e al suo calcolo politico.




