L’ultimatum di Katz: «Riportiamo l’Iran al Medioevo», in attesa del via libera di Trump

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Redazione Esteri Redazione Esteri   -   Sullo sfondo di un cessate il fuoco fragile e già violato, Israele scalpita. Il ministro della Guerra israeliano, Israel Katz, ha annunciato che le Forze di difesa sono pronte a riprendere le operazioni su larga scala contro la Repubblica Islamica, ma c’è una condizione: il via libera da Washington. In una dichiarazione registrata diffusa nella giornata di ieri, Katz ha delineato una strategia che non mira più solo a obiettivi militari, bensì al collasso totale del paese. «Le cose cambieranno», ha avvertito, specificando che i piani prevedono attacchi mirati contro le principali infrastrutture energetiche e gli impianti di distribuzione, definiti senza mezzi termini come l’ossatura dell’“infrastruttura economica nazionale”.

L’obiettivo dichiarato, che riecheggia le dure parole pronunciate nelle scorse settimane dal Segretario alla Guerra americano Pete Hegseth, è quello di scaraventare l’indomani il paese degli ayatollah «in un’era buia, nel Medioevo». Una minaccia che, al di là della retorica bellica, trova fondamento nella pianificazione operativa israeliana. Katz ha confermato che i bersagli sono già stati selezionati e georeferenziati in attesa del via libera definitivo di Donald Trump, il quale – pur avendo esteso la tregua di altre tre settimane – mantiene una morsa ferrea sull’unica via di approvvigionamento globale di idrocarburi.

Lo stallo di Hormuz: il pugno duro della marina americana e le mine iraniane

Se Katz aspetta, la macchina da guerra americana è già in movimento. Secondo quanto riferito da funzionari del Pentagono alla Cnn, i militari statunitensi stanno predisponendo piani di emergenza per un’eventuale escalation concentrata esclusivamente nelle ristrette acque dello Stretto di Hormuz. L’ipotesi è che, qualora il cessate il fuoco attualmente in vigore dovesse definitivamente crollare, le forze armate procederanno a un’azione di neutralizzazione sistematica delle difese costiere iraniane. L’attenzione, in questo scenario operativo, è focalizzata sulla rimozione delle mine navali disseminate dalle guardie della rivoluzione – che rappresentano la minaccia più subdola per le petroliere – nonché sulla distruzione dei veloci barchini d’assalto e delle batterie missilistiche posizionate lungo la costa.

Le stesse fonti intelligence sottolineano come, nonostante i primi raid delle scorse settimane, una larga fetta dei sistemi difensivi di Teheran sia ancora intatta. Intanto, dalla Casa Bianca, Trump rivendica il «controllo totale» dello Stretto, un corridoio marittimo da cui transita almeno il 20% del petrolio mondiale. La dottrina dell’amministrazione repubblicana appare chiara: l’accesso è concesso solo con l’approvazione della marina americana, che ha già istituito un blocco navale deviando o fermando decine di navi dirette verso i porti iraniani. «È sigillato ermeticamente», ha avvertito il presidente, ribadendo però in un’intervista a Fox News la sua intenzione di non usare l’atomica – un’arma che ha definito “stupida” – e di non avere fretta di siglare un accordo con Teheran.

Morsi e contromorsi: l’esecuzione di spie e il sequestro delle navi

La tensione, che non accenna a diminuire, si manifesta anche attraverso incidenti diplomatici e operativi di grande impatto. Nelle ultime ore, il regime degli ayatollah ha messo a segno un’azione dimostrativa nel Golfo Persico: le forze iraniane hanno aperto il fuoco contro tre navi mercantili che osavano attraversare lo Stretto, sequestrandone due. Il gesto, avvenuto a meno di ventiquattrore dall’estensione della tregua annunciata da Trump, rappresenta una sfida diretta alla narrativa americana del “controllo totale”. Questi vascelli – battenti bandiera liberiana e panamense – sono stati costretti a deviare la rotta verso acque territoriali iraniane, ufficialmente per “ispezioni”. Un atto di ritorsione che rispecchia la strategia del caos economico perseguita da Teheran, la quale cerca di controbilanciare il blocco navale Usa con il ricatto del passaggio obbligato.

Sul fronte interno, la repressione si fa intanto più cruenta. Dopo l’esecuzione di due individui accusati di collaborazione con il Mossad – i cui nomi sono stati diffusi dalle agenzie di stampa locali – un terzo uomo è stato giustiziato, portando a tre il numero delle impiccagioni in meno di quattro giorni. La giustizia della Repubblica Islamica ha confermato le sentenze capitali per spionaggio, sostenendo che i condannati avrebbero fornito informazioni sensibili su installazioni militari e nucleari. Questi sviluppi giudiziari, che secondo le cronache ufficiali seguono il supporto della Corte Suprema locale, delineano l’altro fronte della guerra: quello invisibile delle intelligence, in cui le impiccagioni nelle prigioni di Teheran rispondono ai raid aerei e alle cannonate navali nel Golfo.

Colloqui imminenti? La carta della trattativa tra le macerie

Nonostante il fragore delle armi, l’opzione diplomatica non è stata ancora completamente accantonata. Lo stesso presidente Trump non ha escluso la possibilità di nuove trattative, affermando che potrebbero esserci colloqui già a partire da venerdì. L’amministrazione americana spinge affinché Teheran si presenti al tavolo negoziale con una proposta unificata, sebbene l’intelligence Usa descriva la guida del paese come in preda a lotte intestine per la successione alla guida suprema. Mentre il Pentagono dispone diciannove navi da guerra nella regione, in attesa di sapere se dovranno dare esecuzione ai piani di sminamento o ritirarsi per lasciare spazio ai diplomatici, Israele continua a tenere alta la pressione: per Katz, ogni ulteriore dilazione non è altro che tempo prezioso concesso al nemico per riorganizzarsi. L’ago della bilancia, adesso, pende tutto dalla volontà di Trump e dal colore del semaforo che deciderà di accendere su quella che potrebbe essere l’offensiva finale contro l’infrastruttura economica iraniana.

Description: Katz attende il via libera Usa per colpire l’Iran. Blocco navale a Hormuz, sequestrate due navi. Esecuzioni per spionaggio a Teheran.

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