Un’esplosione in un casolare abbandonato al parco degli Acquedotti uccide due anarchici, si indaga su un incidente durante la manipolazione di esplosivo

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Redazione Interno Redazione Interno   -   L’esplosione, avvenuta giovedì sera verso le ventuno e trenta, ha fatto letteralmente crollare il tetto di un edificio fatiscente situato in una zona isolata della periferia sud-est di Roma, quel lembo di territorio compreso nel parco degli Acquedotti che sorge a due passi dalla via Tuscanella. Sul posto, dalle prime ore del mattino seguente, i vigili del fuoco hanno lavorato incessantemente tra le macerie del casale del Sellaretto, al numero 221 di via delle Capannelle, impiegando unità cinofile e squadre Usar per mettere in sicurezza l’area e scongiurare l’eventualità – poi scartata – che vi fossero altre persone coinvolte nel crollo. Sotto i calcinacci, gli operatori hanno recuperato due corpi, identificati grazie a elementi distintivi come i tatuaggi che li contraddistinguevano: si tratta di Sara Ardizzone e Alessandro Mercogliano, due militanti anarchici ben noti alle forze dell’ordine.

L’ipotesi investigativa: la polizia propende per un incidente con materiale esplosivo

La procura di Roma ha aperto un fascicolo d’inchiesta, per ora senza indagati, e ha disposto l’autopsia per fare luce sulla dinamica di quanto accaduto. L’ipotesi principale, quella su cui si sta concentrando il lavoro degli inquirenti, è che i due abbiano perso la vita a causa di un incidente avvenuto mentre stavano maneggiando o assemblando materiale esplosivo. Una circostanza, quest’ultima, che troverebbe conferma nelle prime rilevazioni effettuate sulla scena del crollo e che ha immediatamente orientato le indagini verso il profilo dei due deceduti, entrambi legati all’area dell’anarchia insurrezionalista.

Il legame con l’area anarchica e il riferimento al “gruppo” di Alfredo Cospito

Secondo quanto ricostruito dalla magistratura romana, Sara Ardizzone e Alessandro Mercogliano sarebbero stati vicini al cosiddetto “gruppo” riconducibile ad Alfredo Cospito, l’anarchico condannato nel 2014 per il ferimento – la cosiddetta gambizzazione – di Roberto Adinolfi, dirigente dell’Ansaldo Nucleare, e che dal 2022 si trova ristretto al regime di carcere duro, il 41 bis, nel penitenziario di massima sicurezza di Bancali, a Sassari. Un collegamento, quello con la galassia anarchica più radicale, che per i pm non appare casuale e che contribuisce a delineare il contesto in cui i due avevano scelto di operare, muovendosi ai margini della clandestinità.

La vita appartata di Sara Ardizzone, quella “solitaria” del paese umbro che nessuno conosceva

Sara Ardizzone, in particolare, viveva da diversi anni in una piccola frazione del comune umbro di Sant’Anatolia di Narco, in provincia di Perugia, un centro che conta non più di cinquecento abitanti. Una presenza, la sua, che era passata pressoché inosservata. A descriverla è stato il sindaco, Tullio Fibraroli, il quale ha raccontato ai cronisti di un’esistenza condotta in modo appartato: “Era solitaria e in paese praticamente nessuno la conosceva, nemmeno i vicini”. Un’esistenza silenziosa, insomma, che stride con la violenza dell’esplosione che ha posto fine ai suoi giorni e a quelli di Mercogliano, in quel casolare della periferia romana che, stando alle prime informazioni, veniva talvolta utilizzato come riparo da senza fissa dimora ma che, in questo caso, era stato scelto per un'attività ben diversa.

I rilievi scientifici e l’autopsia per chiarire l’esatta dinamica dei fatti

Sul luogo del disastro, gli artificieri e la polizia scientifica hanno condotto i primi accertamenti per recuperare elementi utili all’indagine. La struttura, ormai in gran parte crollata, era abbandonata da tempo e la sua collocazione – in una zona isolata all’interno del parco – la rendeva un luogo appartato e lontano da occhi indiscreti. I fatti risalgono a giovedì sera, ma è solo dalla mattina di venerdì che le operazioni di scavo hanno permesso di portare alla luce i corpi delle due vittime. L’autopsia, disposta dalla procura, sarà determinante per stabilire con esattezza le cause del decesso e per confermare o meno la pista dell’incidente durante la manipolazione di esplosivo, attualmente ritenuta la più accreditata.

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