Michigan, la sfida delle primarie dem tra El-Sayed e Stevens: un test per il futuro del partito

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Redazione Esteri Redazione Esteri   -   È davanti al The Congregation, una vecchia chiesa trasformata in un vivace luogo di aggregazione per la comunità tra mercatini, birra artigianale, musica dal vivo e tavoli all'aperto nella zona nord di Detroit, che Abdul El-Sayed, 42 anni, figlio di immigrati egiziani, ha scelto di dare appuntamento per l'ultimo miglio della sua campagna elettorale.

Mentre i riflettori si accendono sul Michigan per le primarie di martedì 4 agosto, l'aria che si respira è quella di una resa dei conti, un faccia a faccia che potrebbe determinare non solo il candidato democratico per un seggio cruciale al Senato, ma anche l'anima stessa del partito in vista delle elezioni di midterm e, più avanti, della corsa alla Casa Bianca del 2028.

Due visioni opposte per il partito democratico

La competizione che vede contrapposti il progressista El-Sayed e la deputata moderata Haley Stevens è diventata il terreno di scontro più acceso e significativo delle primarie democratiche di questa stagione, offrendo una fotografia nitida delle profonde fratture interne al partito.

Da un lato, El-Sayed incarna l'ala sinistra, quella che ha recentemente portato alla vittoria figure come il sindaco di New York Zohran Mamdani, e che punta tutto su un'agenda populista incentrata su temi come la sanità pubblica per tutti, la tassazione dei miliardari e una netta critica alla politica estera americana, in particolare riguardo al sostegno a Israele.

Dall'altro lato, Stevens, forte del sostegno dell'establishment democratico che va dal capo della maggioranza al Senato Chuck Schumer alla popolare governatrice del Michigan Gretchen Whitmer, si presenta come la candidata pragmatica e più esperta, in grado di vincere contro il repubblicano Mike Rogers nelle elezioni generali di novembre e di rappresentare una "sicura" scommessa per l'elettorato di centro.

Il futuro del partito, insomma, si gioca in uno Stato che, dopo aver votato per Joe Biden nel 2020, ha virato verso Donald Trump nel 2024, diventando un crocevia imprescindibile per qualsiasi ambizione nazionale democratica.

L'ombra di Aipac e la questione israeliana

A rendere la contesa particolarmente aspra e personale è il ruolo preponderante giocato dalla politica estera e, nello specifico, dalla questione israeliana. El-Sayed, che se eletto diventerebbe il primo senatore musulmano nella storia degli Stati Uniti, non ha esitato a definire "genocidio" le azioni di Israele a Gaza e ha fatto del suo dissenso nei confronti degli aiuti militari americani a Tel Aviv uno dei cardini della sua campagna.

Questa posizione, che trova ampio riscontro nella numerosa comunità arabo-americana del Michigan, si scontra frontalmente con la linea di Stevens, fermamente a favore di Israele e sostenitrice degli aiuti senza condizioni, una posizione che le ha garantito il sostegno finanziario del potente comitato Aipac (American Israel Public Affairs Committee). La super PAC legata ad Aipac ha riversato quasi 30 milioni di dollari nella campagna di Stevens, mentre un'ondata di circa 60 milioni di dollari di spese esterne ha sommerso la corsa al Senato, in gran parte a favore della deputata moderata.

Questa pioggia di denaro, che El-Sayed ha denunciato come un tentativo di comprare le elezioni, ha trasformato la questione di Gaza in un vero e proprio campo di battaglia ideologico, mettendo a nudo le difficoltà dei democratici nel gestire un elettorato sempre più diviso e critico verso la politica di Washington in Medio Oriente.

L'istinto animale di El-Sayed contro la sicurezza di Stevens

Al di là delle posizioni politiche, ciò che rende questa sfida avvincente è lo stile e la capacità di coinvolgimento dei due candidati. Ron Fournier, decano dei giornalisti politici del Michigan, ha paragonato l'istinto animale da campagna elettorale di El-Sayed a quello di Bill Clinton, sottolineando come il candidato progressista sia in grado di galvanizzare tanto le grandi platee quanto i piccoli raduni nei villaggi più sperduti dello Stato.

Nonostante sia ideologicamente agli antipodi rispetto al centrismo di Clinton, El-Sayed possiede quel carisma popolare e quell'energia che gli consentono di creare un legame diretto con le frustrazioni della base democratica, in particolare sui temi del costo della vita e dell'accesso alle cure mediche. Stevens, dal canto suo, punta tutto sulla sua esperienza e sulla sua presunta "eleggibilità", cercando di dipingere El-Sayed come un candidato troppo estremo per vincere in uno Stato cruciale come il Michigan.

La deputata, che è diventata virale per il suo marcato accento del Midwest, ha anche cercato di trasformare le critiche al suo modo di parlare in un punto di forza, accusando le "élite costiere" di deridere la sua provenienza e la sua autenticità.

Un bivio per il futuro del partito

Il verdetto delle urne in Michigan avrà quindi un peso che va ben oltre la scelta del candidato per il seggio del senatore Gary Peters, che andrà in pensione. Per l'ala progressista del partito, una vittoria di El-Sayed rappresenterebbe il più significativo successo di una stagione che ha già visto trionfare outsider e candidati di sinistra in altre parti del Paese, dimostrando che è possibile mobilitare l'elettorato anche con un'agenda radicale.

Per l'establishment moderato, invece, una sconfitta di Stevens sarebbe un campanello d'allarme, la prova che la loro strategia basata sul pragmatismo e sui grandi finanziamenti non è più in grado di arginare l'onda montante del populismo che attraversa il partito. L'esito di questa sfida, insomma, dirà molto su quale sarà il volto dei democratici nell'era post-Trump, in un confronto che si prospetta come il più importante test per il partito in vista delle elezioni di midterm e della successiva corsa per riconquistare la presidenza.

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