Prigionieri palestinesi, i timori dello Shin Bet: "Con il rilascio si ripete l'errore del 2011"
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Redazione Esteri
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Gli agenti dei servizi segreti israeliani hanno guardato e riguardato, in queste lunghe giornate di trattative, quella fotografia diventata un simbolo di un calcolato fallimento. Risale all'ottobre del 2011 e ritrae Yahya Sinwar, appena scarcerato, mentre sporge la testa dal finestrino di un bus militare: la fronte cinta da una bandana verde, in mano il vessillo di Hamas, lo sguardo che non nasconde la determinazione. Quell'uomo, rilasciato nell'ambito dello scambio per il caporale Gilad Shalit, avrebbe poi orchestrato, anni dopo, l'offensiva del 7 ottobre, pianificando quell'orrore che ha segnato una delle pagine più buie per Israele. I servizi, stando a quanto si apprende, erano fermamente contrari a consentire la partenza verso Gaza o l'esilio per la maggior parte dei 250 prigionieri che hanno lasciato le carceri, ai quali si aggiungono altri 1700 palestinesi catturati durante il recente conflitto, paventando il rischio concreto che la storia possa, in qualche modo, ripetersi.
La trattativa sull'orario e le mosse per Trump
La liberazione dei detenuti, che il pubblico ha potuto vedere solo nella mattinata, è stata preceduta da una mossa inaspettata di Hamas, il quale ha proposto di anticipare l'operazione di ben dodici ore. Quando, nel primo pomeriggio del giorno precedente, si è diffusa la notizia che i venti ostaggi israeliani ancora in vita erano già stati radunati, molti osservatori hanno interpretato la scelta come un tentativo di accattivarsi la riconoscenza del presidente degli Stati Uniti Donald Trump, il cui ruolo di mediatore è stato cruciale. In verità, quella che poteva apparire come una semplice "captatio benevolentiae" celava una trattativa assai più complessa, la quale non verteva tanto sui tempi della consegna, quanto piuttosto sui futuri negoziati che dovranno definire i venti punti del piano presentato dall'amministrazione americana.
L'impegno di Hamas e l'ultimo round per Barghouti
Il braccio armato di Hamas ha infatti rilasciato una dichiarazione ufficiale, nella quale ha ribadito il proprio impegno a rispettare l'accordo per la cessazione delle ostilità. "Dichiariamo il nostro impegno all'accordo raggiunto e al rispetto dei tempi stabiliti, fintanto che l'occupazione israeliana farà altrettanto", si legge nel testo, un messaggio che mira a proiettare un'immagine di affidabilità mentre l'organizzazione torna a mostrarsi in armi per le strade di Gaza. Parallelamente, la lista definitiva dei prigionieri da rilasciare è stata oggetto di un estenuante negoziato, ritoccata fino agli ultimi istanti, con i nomi di maggiore peso politico che sono stati tenuti fuori dall'accordo. Fino all'ultimo, Hamas ha tentato di trattare per la scarcerazione di figure di spicco, come l'esponente di Fatah Marwan Barghouti e il segretario del Fronte popolare per la liberazione della Palestina Ahmad Saadat, personalità che molti palestinesi aspettano di vedere in libertà, in un braccio di ferro che ha lasciato aperti diversi interrogativi.
Il peso delle liberazioni passate e le preoccupazioni attuali
L'ombra di Sinwar, dunque, si allunga su questo nuovo scambio, diventando l'emblema delle apprensioni espresse con forza dallo Shin Bet. I servizi hanno più volte messo in guardia i ministri, mostrando loro proprio quell'immagine del 2011, nel tentativo di far cambiare idea sul numero e sul profilo dei detenuti da liberare. La preoccupazione centrale, che attraversa le agenzie di intelligence, è che tra coloro che oggi ritornano in libertà possano esserci individui che, seguendo le orme di Sinwar, possano in futuro dedicarsi a pianificare nuove azioni violente, trasformando la libertà ottenuta in un'opportunità per riorganizzarsi e colpire ancora. È un calcolo di rischio che, nonostante le assicurazioni e i controlli, rimane una variabile imprevedibile, un capitolo che la storia recente ha già scritto con esiti tragici.




