Manovra 2026, il peso del taglio Irpef e le famiglie del decile più ricco
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Redazione Economia
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Secondo un’analisi del Consiglio per la Responsabilità di Bilancio, meglio noto come RRZ, le modifiche all’imposta sul reddito delle persone fisiche, le quali diventeranno operative a partire dal 2026, andranno a incidere in maniera particolarmente significativa sulle fasce di reddito più elevate. L’istituto, che ha esaminato gli effetti della riforma, ha rilevato come soltanto una percentuale minima, pari al 4%, delle famiglie collocate nei primi nove decili della distribuzione dei redditi subirà una contrazione del proprio reddito disponibile. Un dato, questo, che si capovolge radicalmente quando si prende in esame il decile più abbiente, dove la quota di nuclei familiari che registreranno un impatto negativo schizza al 76%. Si tratta di cifre che, al di là delle interpretazioni politiche, disegnano una geografia degli effetti economici ben precisa, concentrando l’onere del riassetto tributario su una porzione numericamente esigua ma economicamente rilevante della popolazione contribuente.
Le agevolazioni per il lavoro dipendente
Il quadro complessivo delle misure, però, non si esaurisce nella mera riduzione delle aliquote, poiché il disegno di legge di Bilancio attualmente al vaglio del Senato introduce una serie di agevolazioni mirate per i lavoratori dipendenti. Alcuni, osservando asetticamente il testo, potrebbero essere indotti a pensare che i vantaggi fiscali siano destinati prevalentemente a contribuenti con redditi elevati; si tratta, invero, di una valutazione tecnicamente limitata che non tiene conto dell’intero percorso di interventi messo in campo dal governo e approvato dal Parlamento nel corso della legislatura. Le disposizioni, che puntano a una riduzione strutturale del carico fiscale, devono essere lette nel loro insieme, considerando anche le flat tax potenziate per specifiche voci di reddito, le quali concorrono a modificare in modo sostanziale il calcolo della busta paga a partire dal prossimo anno.
Il nodo del «fiscal drag» e gli stipendi del ceto medio
Nonostante le novità introdotte, permane un problema di fondo per una fetta consistente dei lavoratori, quello che gli esperti definiscono «fiscal drag», ovvero l’erosione del potere d’acquisto causata dall’inflazione che spinge i redditi nominali in aliquote più elevate senza un reale aumento del benessere. Gli stessi benefici derivanti dalla riduzione della seconda aliquota Irpef dal 35% al 33%, che oscillano tra zero e 440 euro annui, appaiono infatti insufficienti a compensare il drenaggio fiscale subìto nel triennio 2023-2025, stimato in una forbice compresa tra 1,9 mila e oltre 3,6 mila euro per chi percepisce un reddito lordo annuo fra i 28 mila e i 50 mila euro. Un meccanismo che, di fatto, attenua in misura considerevole l’impatto positivo del taglio delle imposte, lasciando sostanzialmente immutata, se non peggiorata, la condizione economica del cosiddetto ceto medio.
Il panorama delle nuove flat tax
Accanto al pilastro rappresentato dal taglio dell’Irpef, la Manovra 2026 mette in campo una serie di regimi forfettari, o flat tax, rivolti a specifiche categorie di dipendenti. Si tratta di misure tecniche, spesso poco appariscenti, che tuttavia contribuiscono a ridisegnare il panorama contributivo per milioni di persone. Questi strumenti, i quali prevedono un’aliquota unica su determinate tipologie di compenso, si affiancano alla riforma delle aliquote ordinaria con l’obiettivo dichiarato di garantire piccoli ma tangibili aumenti nel netto in busta paga. La loro efficacia, nel concreto, dipenderà dall’interazione con le altre componenti del sistema fiscale e dall’evoluzione del contesto economico generale, fattori che ne determineranno la reale portata nel medio periodo.




