L’Italia dei salari bassi, dove un lavoratore su quattro non supera i mille euro
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Redazione Interno
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Mentre il tasso di disoccupazione, attestatosi al 6%, tocca il suo minimo storico dal lontano giugno 2007, una fotografia ben più cruda e meno celebrativa emerge dall’analisi delle retribuzioni. I dati Istat, che pure segnalano un lieve incremento degli occupati a luglio – con un aumento di 13 mila unità rispetto a giugno e di 218 mila su base annua –, svelano infatti un paradosso tutto italiano. Quello di un mercato del lavoro che, pur creando posti, molti dei quali a tempo indeterminato, condanna circa 6,2 milioni di persone a percepire un reddito mensile netto che non supera la soglia dei mille euro.
Si tratta, in altre parole, di un lavoratore su quattro che fatica ad arrivare a fine mese, un esercito silenzioso la cui condizione stride platealmente con i numeri macroeconomici spesso branditi come simbolo di una ripresa. Una situazione che colloca il nostro paese in una posizione scomoda nel panorama internazionale: stando alle rilevazioni dell’Ocse, l’Italia detiene il primato dei salari medi più bassi all’interno del G7, attestandosi attorno ai 22 mila euro lordi annui, un valore che risulta essere sensibilmente inferiore anche alla media Ocse, fissata a 31 mila euro, e che ci posiziona fra le ultime nazioni del G20 per remunerazione media.
Il quadro complessivo che ne deriva è dunque fatto di segnali contrastanti, dove a una sostanziale tenuta degli indicatori occupazionali – con un tasso che sale al 62,8% – fa da contraltare un preoccupante ristagno, se non addirittura un arretramento, del potere d’acquisto dei cittadini. Il leggero calo del numero dei disoccupati e l’ulteriore flessione di quello giovanile, sceso al 18,7%, non bastano a compensare un malessere diffuso, che affonda le sue radici in un modello di sviluppo economico incapace di generare benessere condiviso.




