Petrolio vola oltre i 100 dollari, Khamenei chiude lo Stretto di Hormuz. L’Italia rilascia 10 milioni di barili dalle scorte

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Redazione Economia Redazione Economia   -   Il prezzo del petrolio ha nuovamente sfondato la barriera psicologica dei cento dollari al barile, una corsa inarrestabile che trova la sua ragione principale nelle parole e nelle azioni della nuova Guida Suprema dell'Iran. Mojtaba Khamenei, subentrato da pochi giorni alla guida del paese dopo la morte del padre, ha rotto il silenzio con un messaggio chiaro e volutamente provocatorio, diffuso attraverso la televisione di Stato e letto da una presentatrice, visto che lui non è apparso in pubblico per ragioni di sicurezza. La sostanza del suo intervento, il primo dopo l'elezione, è un netto inasprimento della crisi: lo Stretto di Hormuz, quel sottile braccio di mare attraverso cui transita circa un quinto del petrolio mondiale, resterà chiuso. Khamenei lo ha definito, senza mezzi termini, una "leva" da utilizzare contro il nemico, uno strumento di pressione geopolitica da impugnare con decisione per difendere gli interessi di Teheran e rispondere alle offensive militari in corso.

La situazione sul campo, d'altronde, è già quella di un conflitto aperto e dagli orizzonti temporali incerti. Nelle stesse ore in cui il nuovo leader iraniano rilasciava le sue dichiarazioni, nel Golfo Persico si consumavano attacchi contro navi mercantili, con due petroliere in fiamme al largo delle coste irachene e un'imbarcazione battente bandiera tedesca, la Source Blessing, centrata da un ordigno mentre si trovava nelle acque dello Stretto. Non solo: obiettivi civili e strategici sono stati presi di mira, come il grande giacimento saudita di Shaybah, preso di mira da droni, e il terminal petrolifero di Mina al Fahal, in Oman, costretto alla chiusura temporanea. Questa escalation, fatta di attacchi coordinati e della volontà dichiarata di mantenere il blocco navale, ha gettato nel panico i mercati energetici, vanificando, almeno sul momento, i primi timidi tentativi di raffreddare la corsa dell'oro nero.

La risposta coordinata dell'occidente e il ruolo dell'Italia

Di fronte a quella che l'Agenzia Internazionale dell'Energia (AIE) ha definito come la più grande interruzione dell'offerta nella storia del mercato petrolifero globale, i paesi membri hanno deciso di muoversi in modo compatto. Su richiesta degli Stati Uniti, e con il sostegno politico del G7, è stato attivato un piano straordinario di rilascio delle riserve strategiche: quattrocento milioni di barili complessivi verranno immessi sul mercato, di cui centosettantadue milioni a carico degli States. Una mossa imponente, questa, che il segretario all'Energia Chris Wright ha motivato con la necessità di rispondere alla minaccia rappresentata dall'Iran e dalle sue "proxie terroristiche", sottolineando al contempo l'impegno dell'amministrazione Trump a ricostituire le scorte in tempi rapidi e a condizioni vantaggiose per i contribuenti americani.

In questo quadro di mobilitazione generale, l'Italia ha fatto la sua parte senza esitazioni. Il Ministero dell'Ambiente e della Sicurezza Energetica ha ufficializzato la partecipazione del nostro paese all'iniziativa coordinata dall'AIE, mettendo a disposizione quasi dieci milioni di barili delle proprie scorte di emergenza. Il quantitativo esatto, 9 milioni e 966 mila barili, rappresenta circa il 2,5% del totale messo in campo dall'Agenzia e corrisponde a poco più del 13% delle riserve di sicurezza nazionali. Un contributo significativo, che dimostra la volontà di Roma di giocare un ruolo attivo nella stabilizzazione dei mercati, anche se le autorità tengono a precisare che, nonostante questo consistente rilascio, i livelli di stoccaggio italiano rimarranno ampiamente al di sopra degli obblighi imposti dalla normativa europea, garantendo quei novanta giorni di copertura netta delle importazioni.

L'incognita dell'efficacia e le ripercussioni sui mercati globali

Eppure, nonostante la portata storica dell'intervento, l'efficacia di questa manovra resta tutta da verificare e appare, agli occhi di molti analisti, quantomeno incerta. Il nodo cruciale, come sottolineano diversi esperti, è la durata del blocco dello Stretto di Hormuz. Se la chiusura dovesse protrarsi per settimane o addirittura mesi, i quattrocento milioni di barili rischiano di rivelarsi una goccia nell'oceano: si pensi che dallo Stretto, in condizioni normali, transitano ogni giorno circa venti milioni di barili, un flusso che l'AIE stima essere parte di una domanda globale giornaliera superiore ai cento milioni. Inoltre, come fanno notare alcuni osservatori, la velocità di rilascio è un fattore altrettanto determinante: gli Stati Uniti, per esempio, impiegheranno circa centoventi giorni per riversare sul mercato i loro 172 milioni di barili, una media giornaliera di poco superiore al milione, che appare del tutto sproporzionata rispetto al vuoto lasciato dal blocco.

Le conseguenze di questa situazione di stallo si riverberano, inevitabilmente, su tutta l'economia globale, alimentando preoccupazioni per una nuova fiammata inflazionistica. L'aumento del prezzo del petrolio, infatti, non si limita a gravare sui costi alla pompa di benzina e diesel, ma si estende a catena su innumerevoli settori produttivi, dalla chimica ai trasporti, fino alla produzione di semiconduttori, per i quali sono essenziali componenti come lo zolfo e l'acido solforico, la cui fornitura è già stata interrotta. I mercati azionari europei hanno chiuso la giornata in rosso, mentre lo spread tra BTP e Bund tedesco si è nuovamente ampliato, segno di una crescente tensione che colpisce in modo particolare paesi come l'Italia, più esposti agli shock energetici. E mentre gli Stati Uniti, in quanto primo produttore mondiale di greggio, potrebbero paradossalmente trarre beneficio economico dal caro-petrolio, l'Europa si trova a dover fronteggiare una crisi che minaccia di frenare una ripresa già fragile e complessa.

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