Papetti: «Il decreto flussi è un passo avanti, ma la politica migratoria resta inadeguata»
Articolo Precedente
Articolo Successivo
Redazione Interno
-
Mentre il governo ha approvato il nuovo decreto flussi, che prevede l’ingresso regolare di 500 mila lavoratori non comunitari tra il 2026 e il 2028, le critiche non mancano. «Quella italiana è ancora una politica di chiusura, moralmente discutibile e dannosa per l’economia», osserva Papetti, riferendosi alle 165 mila quote annue, insufficienti a colmare la carenza di manodopera che affligge settori come l’agricoltura e il turismo. Sebbene il provvedimento rappresenti un incremento del 10% rispetto al triennio precedente, si tratta di numeri che, secondo molti imprenditori, non bastano a risolvere un’emergenza ormai cronica.
Il decreto, approvato in esame preliminare dal Consiglio dei Ministri il 30 giugno, stabilisce quote differenziate per stagionali, colf e badanti, con una distribuzione territoriale che, ad esempio, nella sola provincia di Cremona prevede l’arrivo di appena 155 braccianti agricoli per il 2026. «Una goccia nel mare», commentano le associazioni di categoria, sottolineando come la domanda di lavoratori, soprattutto nei campi e nell’industria, superi di gran lunga l’offerta. Il Veneto, che avrà accesso a circa 25 mila permessi, è tra le regioni più colpite, ma anche qui si parla di un sollievo temporaneo, non di una soluzione strutturale.
D’altronde, il sistema dei flussi è da tempo considerato obsoleto da datori di lavoro e sindacati, che chiedono riforme più audaci. I tempi burocratici, tra click day e iter autorizzativi, rallentano ulteriormente un meccanismo già farraginoso, lasciando molte aziende in attesa di braccia che non arrivano. E se la sinistra italiana continua a difendere un «solidarismo a senso unico», come lo definisce Papetti, altri paesi, tra cui la Danimarca socialdemocratica, hanno adottato politiche migratorie più selettive ma anche più efficaci nel conciliare accoglienza e esigenze del mercato.




