Brescia, la fine di un’era: Cellino abbandona e la squadra scompare
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Redazione Sport
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Massimo Cellino, dopo otto anni alla guida del Brescia, ha deciso di non ottemperare agli obblighi finanziari necessari per garantire la sopravvivenza del club, consegnando così la società a un destino già scritto. La mancata regolarizzazione degli stipendi, degli emolumenti e dei contributi previdenziali ha reso inevitabile la perdita della matricola sportiva, cancellando d’un tratto 114 anni di storia. Una vicenda che, al di là dei numeri e delle scadenze mancate, assume i contorni di una ferita aperta per una città intera, costretta a fare i conti con la scomparsa di un simbolo.
Non è la prima volta che il calcio italiano assiste a un epilogo così amaro. Club dal passato illustre – come Napoli, Fiorentina, Palermo e, più recentemente, Chievo e Catania – hanno vissuto lo stesso dramma, travolti da gestioni fallimentari. Ma ciò che colpisce, nel caso del Brescia, è l’assenza di un vero tentativo di salvataggio da parte di Cellino, il quale, pur definendosi "business man", non ha mosso un passo per evitare il tracollo. Anzi, ha preferito attribuire le responsabilità a terzi, arrivando ad accusare il presidente della Figc, Gabriele Gravina, di aver orchestrato un complotto a favore della Sampdoria.
Intanto, la Sampdoria – che pure naviga in acque agitate – può tirare un sospiro di sollievo, avendo ormai la certezza del play-out. Ma a Genova, come a Salerno – dove le proteste contro presunti favoritismi non si sono fatte attendere – pochi sembrano disposti a gioire. Perché quello che resta, oggi, è soprattutto l’immagine di un calcio sempre più fragile, dove gli interessi economici prevalgono sulla storia e sull’identità.




