Concordato preventivo biennale, rischio di un “suicidio fiscale del contribuente”
Articolo Precedente
Articolo Successivo
Redazione Economia
-
Il Concordato Preventivo Biennale (CPB), recentemente introdotto dal governo come strumento di compliance fiscale, mira a favorire l’adempimento spontaneo e a migliorare il rapporto tra Fisco e contribuenti. Tuttavia, dietro questa apparente semplificazione, si celano diverse insidie che potrebbero trasformarsi in vere e proprie trappole per chi deciderà di aderirvi e, paradossalmente, anche per chi opterà per non farlo.
Il CPB consente ai contribuenti che applicano gli Indici Sintetici di Affidabilità Fiscale (ISA) e a quelli che aderiscono al regime forfetario di fissare preventivamente il reddito d’impresa o di lavoro autonomo da dichiarare per il periodo interessato, accettando la proposta dell’Agenzia delle Entrate. Questo meccanismo, che punta sul ravvedimento speciale, si arricchisce di una nuova prerogativa: i soggetti che hanno applicato gli ISA e che aderiscono al CPB possono regolarizzare le annualità ancora aperte, incluso il 2022, attraverso una particolare forma di ravvedimento che impone il versamento di un’imposta.
Non possono accedere al CPB le imprese e i lavoratori autonomi il cui reddito non concorre in maniera consistente (oltre la soglia del 40%) alla determinazione della base imponibile. Per la corretta applicazione dell’esclusione delle imprese, è necessario fare riferimento al reddito detassato e, di conseguenza, al regime di detassazione dello stesso, e non ai ricavi, sebbene parzialmente o interamente esenti.
I ritardi nella prassi e la novità del ravvedimento speciale, cui il CPB è la chiave di accesso, rendono necessaria una proroga al 30 novembre.




