Nevica sempre meno sulle Alpi, accumuli di neve a picco e rischio siccità in estate

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Redazione Interno Redazione Interno   -   L’inverno, che ormai si riconosce più dall’agenda che dalla temperatura, mostra il volto più crudo della sua trasformazione quando si osservano le montagne, spoglie e brune in una stagione che dovrebbe vestirle di bianco. Il dato, che supera ogni più fosca aspettativa, parla di una riduzione degli accumuli nivologici, se confrontati con la media del periodo 2011-2025, che supera il 75 per cento: una cifra che, scomposta, diventa il 78,1% in Trentino e il 75% in Alto Adige, regioni alpine per eccellenza. La percezione di un clima mutato, che molti colgono semplicemente nella scelta di un giubbotto più leggero, trova qui la sua conferma più tangibile e preoccupante, proiettando un’ombra lunga sulle riserve idriche necessarie per i mesi estivi.

Il bilancio nazionale tra numeri e paesaggi mutati

A livello nazionale, il quadro che emerge a metà dicembre è quello di un inverno in profonda difficoltà, con il cosiddetto Snow Water Equivalent – l’indicatore fondamentale che misura quanta acqua è immagazzinata nel manto nevoso – in calo di oltre il 60 per cento rispetto alle medie del passato. Questo deficit idrico anticipato, che gli esperti monitorano con apprensione, si traduce in paesaggi dove, al di sotto dei 1.500 metri, il terreno fangoso prende il posto della coltre bianca, con la pioggia che, cadendo a quote insolitamente elevate, contribuisce a sciogliere quel poco che è rimasto. Lo zero termico, salito fin oltre i 3.000 metri nell’ultima settimana, ha reso vano persino il ricorso alla neve artificiale, privando le località montane di un’ultima, flebile risorsa.

Le conseguenze per il turismo invernale

La crisi, del resto, non è solo ambientale ma investe in pieno l’economia di intere valli, la cui vita si regge sul turismo invernale. In provincia di Belluno, ad esempio, delle 262 piste disponibili solo 139 risultano agibili, mentre restano fermi 27 impianti di risalita su 105, una situazione che blocca di fatto la stagione dopo un promettente avvio durante il ponte dell’Immacolata. Gli albergatori, che fino a poco fa registravano prenotazioni soddisfacenti, vedono ora un brusco rallentamento degli arrivi e temono un’ondata di disdette, con le prospettive per le vacanze natalizie che appaiono tutt’altro che rosee in assenza di un immediato e consistente ritorno del freddo.

Un’emergenza dalle molteplici facce

Quello che si delinea, dunque, non è un semplice annate avara di precipitazioni, ma un fenomeno strutturale che interroga la tenuta stessa degli ecosistemi alpini e delle attività umane che vi si svolgono. La mancanza di neve, che alcuni vivono come un disagio per lo svago, è in realtà l’anticamera di problemi ben più severi, primo fra tutti il rischio di siccità estiva, poiché è proprio dalla lenta fusione delle riserve nevose che dipende l’approvvigionamento idrico di vaste aree della pianura. Il circolo vizioso, in cui alte temperature e assenza di precipitazioni solide si alimentano a vicenda, delinea uno scenario nel quale la parola “normalità”, riferita alle stagioni, sembra dover essere riscritta.

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