La riforma e la paura, Fratoianni attacca Meloni: “La destra è allergica ai controlli, vuole lo scalpo dei magistrati”

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Redazione Interno Redazione Interno   -   Sarà a Genova venerdì prossimo, Nicola Fratoianni, per sostenere la campagna per il No al referendum sulla giustizia, e lo farà partendo da un presupposto piuttosto chiaro: che la presidente del Consiglio, Giorgia Meloni, abbia paura. Non usa mezzi termini, il segretario di Sinistra Italiana, nel commentare l’esposizione diretta della premier, la quale, dopo aver diffuso un video di quasi quattordici minuti per invitare gli italiani a votare Sì, si prepara ora a un comizio a Milano. Secondo Fratoianni, questa mobilitazione sarebbe il sintomo di un nervosismo di fondo, la consapevolezza che la posta in gioco, cioè la modifica dell’assetto costituzionale della magistratura, potrebbe non essere così popolare come il governo sperava. E lo dice con parole pesanti, riferendosi anche alle dichiarazioni della capa di gabinetto del ministro Nordio, quella Bartolozzi le cui espressioni, a suo dire, avrebbero superato “ogni limite di decenza” nel chiedere di votare Sì per “togliere di mezzo” la magistratura. Un’immagine, quest’ultima, che per il leader di Avs evoca un vero e proprio “plotone d’esecuzione” nei confronti delle toghe.

Il cuore della questione, per Fratoianni, non è però racchiuso solo nelle gaffe o negli eccessi verbali di qualche collaboratore governativo. La sostanza è politica, e come tale va affrontata. L’appuntamento genovese, previsto per le 17:30 nella sede di Defence for Children di piazza Don Gallo, servirà anche a presentare il portale che Alleanza Verdi-Sinistra ha messo a disposizione dei fuorisede, per consentire loro di iscriversi tra i rappresentanti di lista e quindi di esercitare il diritto di voto. Un’iniziativa pratica, che si accompagna però a una riflessione di fondo: “questo voto non può che essere politico”, ripete Fratoianni, respingendo al mittente la retorica di chi vorrebbe ridurre il referendum a un mero tecnico adeguamento agli standard europei.

Il meccanismo della riforma, infatti, è complesso e meriterebbe una lettura attenta, al di là degli slogan. Si tratta di separare le carriere dei magistrati, creando due percorsi distinti e impermeabili per giudici e pubblici ministeri, con tanto di scuole diverse e concorsi separati. Ma a questo si aggiunge la rivoluzione degli organi di autogoverno: non più un solo Consiglio Superiore della Magistratura, bensì due consessi distinti, uno per i giudicanti e uno per i requirenti, i cui membri non saranno più eletti dalla base dei magistrati ma in larga parte sorteggiati. Una vera e propria eterogenesi dei fini, l’hanno definita alcuni giuristi, perché se l’obiettivo dichiarato è garantire maggiore imparzialità, il rischio concreto, secondo i critici, è quello di spezzare l’unità della giurisdizione e di esporre la pubblica accusa a future influenze da parte dell’esecutivo. Viene istituita, poi, un’Alta Corte disciplinare composta da quindici membri, chiamata a giudicare gli illeciti dei magistrati, sottraendo questa competenza al CSM e, di fatto, alla magistratura stessa.

Fratoianni, che si fida degli italiani e della loro capacità di comprendere la portata della sfida, osserva come “la Costituzione, soprattutto in situazioni di incertezza, rimanga un appiglio di garanzia”. Ecco perché, nel suo ragionamento, la riforma proposta dal ministro Nordio va bocciata. La sua tesi, sostenuta insieme al resto delle opposizioni e a pezzi della società civile come la Cgil e l’Anpi, è che questa revisione non serva a rendere più veloci i processi o a risolvere i problemi cronici della giustizia, ma a colpire l’indipendenza di un potere che, per costituzione, deve restare autonomo. Una posizione, questa, che trova eco nelle parole del segretario della Cgil Maurizio Landini, il quale ha ricordato come, non essendo previsto alcun quorum, la sfida si vincerà solo con una mobilitazione capillare, quartiere per quartiere, per convincere gli italiani a recarsi alle urne il 22 e 23 marzo e a barrare la casella del No.

Lo scontro sull’autonomia e le promesse della premier

Giorgia Meloni, dal canto suo, prova a gettare acqua sul fuoco. Nel suo lungo intervento social, ha cercato di contenere i toni e di giurare che la riforma non è “contro i magistrati”, ma piuttosto contro le degenerazioni di un sistema bloccato che, a suo dire, vedrebbe il suo prestigio compromesso. Ha definito “bufale” e “banalizzazioni” le accuse di chi sostiene che, con questa riforma, si voglia mettere la magistratura sotto il controllo della politica. Anzi, la presidente del Consiglio ha ribaltato l’argomento: a suo avviso, è proprio l’attuale sistema a tenere i giudici in una morsa politica, con le correnti interne e i partiti a decidere le carriere. L’introduzione del sorteggio, per Meloni, servirebbe proprio a liberare i magistrati da questi condizionamenti, garantendo che al CSM arrivino persone libere, che non devono ringraziare nessuno per la loro posizione. Una promessa, infine, l’ha voluta fare: in caso di vittoria del No, ha assicurato che il governo non si dimetterà, perché chi vuole mandarla a casa può farlo tra un anno, alle prossime elezioni politiche.

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