Fincantieri incassa mezzo miliardo con l’aumento di capitale ma il Titolo sprofonda a Piazza Affari
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Redazione Economia
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Non c’è due senza tre, si suol dire, e per Fincantieri il detto calza a pennello: il gruppo triestino guidato da Pierroberto Folgiero ha portato a termine con successo, e in anticipo rispetto ai tempi previsti, il collocamento di un pacchetto di azioni pari al 10% del proprio capitale, un’operazione da circa 500 milioni di euro condotta tramite la procedura accelerata di accelerated bookbuilding. L’annuncio, diffuso a mercati chiusi nella serata di martedì, è stato accolto però dagli investitori con un netto raffreddamento dell’entusiasmo: all’apertura degli scambi, il titolo non è riuscito a fare prezzo e, una volta entrato in contrattazione, è scivolato in territorio pesantemente negativo, arrivando a cedere oltre sette punti percentuali e attestandosi sotto la soglia psicologica dei 15,30 euro, un valore inferiore persino al prezzo di sottoscrizione dell’aumento di capitale stesso.
L’operazione, gestita da un pool di primari istituti di credito tra cui Bnp Paribas, Jefferies e Mediobanca in qualità di joint global coordinator, ha visto una domanda talmente robusta da coprire cinque volte l’offerta disponibile, un dato che testimonia l’interesse della comunità finanziaria per il campione nazionale della cantieristica nonostante lo sconto del 7% applicato al prezzo di collocamento, fissato a 15,32 euro per azione contro i 16,47 euro della chiusura della vigilia. Le 32,58 milioni di nuove azioni ordinarie, una volta regolate il prossimo 23 febbraio, andranno ad aumentare il flottante del titolo in maniera significativa: dal 30% circa si passerà infatti a un 36% del capitale complessivo, con l’azionista di controllo Cdp Equity che vedrà la propria partecipazione diluirsi dal 70,67% al 64,25%, pur mantenendo saldamente in mano le redini del comando.
Una strategia finanziaria che interroga gli analisti e guarda agli Stati Uniti
Il ricorso a un aumento di capitale di queste dimensioni, in un momento in cui la società aveva appena presentato un piano industriale al 2030 che prevedeva investimenti per 1,9 miliardi interamente autofinanziati, ha sollevato piú di un sopracciglio tra gli esperti del settore. Le case d’affari, pur riconoscendo il successo del collocamento, hanno iniziato a limare i target price e a interrogarsi sulle reali motivazioni di una scelta che appare, quantomeno, prudente sul fronte della gestione della liquidità. Intermonte, per esempio, parla di un’operazione difficilmente riconciliabile con le previsioni di generazione di cassa contenute nel piano, ipotizzando che la logica principale non sia tanto un’effettiva necessità finanziaria quanto piuttosto il desiderio di ampliare la base degli investitori istituzionali e aumentare la liquidità del titolo, rendendolo piú appetibile per i grandi fondi internazionali. Una mossa, questa, che comporta inevitabilmente un effetto diluitivo sull’utile per azione stimato per i prossimi esercizi, nell’ordine del 5-10% a seconda delle previsioni dei diversi broker.
Oltre all’aspetto meramente contabile, l’aumento di capitale fornisce alla società guidata da Folgiero una maggiore flessibilità finanziaria per cogliere opportunità di crescita, anche inorganica, e per accelerare il percorso di riduzione dell’indebitamento. Parallelamente all’operazione finanziaria, infatti, si muovono le fila di importanti sviluppi commerciali oltreoceano. La Marina militare statunitense ha recentemente diramato una request for proposal per il programma Landing Ship Medium (LSM), un ambizioso piano di rinnovamento della flotta anfibia che prevede la costruzione di 35 unità, di cui quattro destinate proprio a Fincantieri. Una commessa, il cui valore secondo indiscrezioni si aggirerebbe intorno al miliardo di euro, che andrebbe a compensare la rimodulazione del contratto per le fregate Constellation, cancellato dall’amministrazione Trump per esigenze strategiche ma che aveva garantito al gruppo italiano un indennizzo e la promessa di nuovi ordini.
I riflessi sul mercato e la posizione degli azionisti
La reazione negativa della Borsa, pur violenta, va letta nell’ottica di un normale riallineamento del valore del titolo a seguito dell’emissione di nuove azioni a un prezzo scontato. L’aumento del numero di titoli in circolazione, in assenza di una contestuale e immediata rivalutazione delle prospettive di utile, porta fisiologicamente a una correzione del prezzo. La società, dal canto suo, ha evidenziato come l’operazione serva ad accrescere la propria flessibilità finanziaria e ad assicurare opzionalità e rapidità nell’implementazione della strategia industriale, un messaggio chiaro rivolto al mercato per spiegare che i fondi raccolti non erano strettamente necessari per la sopravvivenza, ma per dare ossigeno a una crescita selettiva e, se del caso, a operazioni di m&A in linea con l’equity story del gruppo. Un aspetto, questo, che gli analisti di Banca Akros hanno recepito, lasciando sostanzialmente invariate le stime sul conto economico e sugli investimenti pur includendo l’incasso dell’aumento di capitale nelle previsioni sull’indebitamento netto.
Resta da vedere come si muoverà ora l’azionariato, con Cdp Equity che, pur diluita, rimane il punto di riferimento stabile del capitale. Il lock-up di 90 giorni assunto da Fincantieri, in linea con la prassi di mercato per operazioni similari, congela di fatto la possibilità di ulteriori movimenti sul titolo da parte della società, lasciando agli investitori istituzionali che hanno aderito al collocamento il compito di supportare il titolo nelle prossime settimane. La partita, ora, si gioca tutta sulla capacità del gruppo di convertire la robusta pipeline di ordini nel settore della difesa – un portafoglio che vale diversi miliardi – in contratti effettivi e cantierabili, dimostrando così che le ambizioni del piano industriale poggiano su basi solide e non solo su proiezioni finanziarie.




