Piazza Affari chiude in frazionale ribasso, i dati Usa sull’occupazione non bastano a invertire il sentiment

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Redazione Economia Redazione Economia   -   Sul finire di una seduta che si era aperta all’insegna dell’incertezza, le Borse del Vecchio Continente archiviavano la giornata con il segno meno; una chiusura negativa che, stando ai volumi e alla qualità degli scambi, ha finito per fotografare in modo fedele la cautela degli investitori. Il dato sulle nonfarm payrolls, quelle buste paga del settore non agricolo statunitense che gli analisti attendevano in rialzo di sole cinquantacinquemila unità, è stato invece pubblicato con un incremento di centotrentamila posti di lavoro: un risultato, quest’ultimo, che sul piano oggettivo rappresenta una sorpresa positiva di notevole entità. Eppure, e qui sta il paradosso, i listini hanno retto solo temporaneamente, salvo poi ripiegarsi su sé stessi. Milano, dopo aver limato le perdite fino a toccare un -0,2%, ha concluso con un -0,3% che poco si discosta dal -0,5% toccato nelle ore peggiori; Francoforte è scivolata dello 0,1%, mentre Londra — sebbene in controtendenza con un progresso dell’1% — non è bastata a raddrizzare l’indice Stoxx 600, fermo a un magro +0,3%.

La forza del mercato del lavoro americano, invece di rassicurare i mercati, ha paradossalmente rinsaldato la convinzione che la Federal Reserve — oggi sotto la presidenza Trump — non abbia alcuna fretta di allentare la presa monetaria. I tassi d’interesse, ragionano i gestori, resteranno vincolati all’attuale intervallo almeno sino alla tarda primavera, se non oltre; ciò ha depotenziato l’effetto euforico che in altri cicli economici avrebbe accompagnato cifre del genere. Il rendimento del Treasury decennale, sceso sotto il 4,15% nei giorni scorsi, ha mostrato segnali di stabilizzazione, mentre il dollaro ha continuato a rafforzarsi — sia pur con gradualità — erodendo ulteriormente il cambio con l’euro, fermo a 1,1866 e in calo per il terzo giorno consecutivo.

Lo spread e le materie prime, tra timori e correzioni

Nel frattempo, il differenziale tra i titoli di Stato italiani e quelli tedeschi si attestava a sessanta punti base, con il rendimento del Btp decennale al 3,40% e quello del Bund al 2,80%; uno spread contenuto, se rapportato alle tensioni del passato, che segnala una certa resilienza del debito pubblico italiano nonostante il contesto generale di avversione al rischio. A muoversi con decisione, invece, sono state le materie prime, sebbene in direzioni opposte. Il petrolio Brent ha messo a segno un lieve rialzo dello 0,3%, portandosi a 69,62 dollari al barile -8; gli analisti interpellati dalle agenzie parlano di un rimbalzo tecnico, favorito anche da qualche acquisto legato alle rinnovate incertezze geopolitiche, ma il sentiment rimane cauto. Ben diversa la traiettoria dell’oro: il metallo prezioso, pur cedendo lo 0,4% nella seduta, continua a mantenersi saldamente sopra la soglia psicologica dei cinquemila dollari l’oncia -3-7. È questa una permanenza — ormai consolidata da settimane — che racconta di una domanda strutturale robusta, alimentata dagli acquisti sistematici delle banche centrali e da una predilezione per gli attivi rifugio che pare non conoscere soste.

Il bitcoin arretra, l’euro perde slancio

Nemmeno le criptovalute sono rimaste immuni alla giornata interlocutoria. Il bitcoin, dopo aver aggiornato i massimi relativi nella prima parte della settimana, ha ceduto circa lo 0,7%, fermandosi comunque al di sopra della soglia dei sessantasettemila dollari. Una flessione modesta, la sua, che assume i contorni di una pausa di consolidamento più che di una vera e propria inversione, ma che conferma — semmai ve ne fosse bisogno — come l’appetito per gli asset digitali rimanga sensibile alle aspettative sui tassi americani. Sul fronte valutario, invece, il terzo calo consecutivo dell’euro ha riportato la moneta unica sui livelli di fine gennaio, con il cambio a 1,1866 che gli operatori iniziano a interpretare come il nuovo range d’equilibrio, almeno sino alla prossima riunione della Banca Centrale Europea.

Le attese a Piazza Affari e la mossa di Brunello Cucinelli

Sotto la lente, a Piazza Affari, sono finiti alcuni titoli che nelle prossime settimane potrebbero dettare il ritmo delle contrattazioni. Tra questi, spicca la decisione del consiglio di amministrazione di Brunello Cucinelli, che ha scelto di anticipare al 18 febbraio la riunione dedicata all’approvazione del bilancio; una tempistica serrata, la loro, che ha subito attirato l’attenzione degli operatori in sala contratti, i quali vi leggono — al di là delle dichiarazioni ufficiali — la volontà di fornire al mercato un quadro chiaro e trasparente in anticipo sulla scadenza canonica. Ferrari e Iveco restano parimenti sotto osservazione, sebbene per ragioni diverse: la prima, sensibile alle fluttuazioni dei mercati americani; la seconda, invece, legata alle dinamiche del settore dei trasporti e alla capacità di mantenere margini in un contesto di costo del capitale ancora elevato. I future sull’Euro Stoxx 50, che avevano preannunciato un avvio di seduta in rialzo dello 0,6%, hanno finito per allinearsi al dato di fatto: gli investitori, oggi, hanno preferito il dubbio alla certezza, e si sono fermati a guardare.

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