Zelensky, 'non lascerò mai il Donbass'. Il presidente ucraino fissa la linea rossa per la pace e annuncia un nuovo trilaterale
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Redazione Esteri
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Il presidente ucraino Volodymyr Zelensky, in una lunga intervista rilasciata al Corriere della Sera, ha riassunto con nettezza quelli che sono i termini non negoziabili per Kiev, chiarendo in particolare che la rinuncia al Donbass non è contemplata. “Io non lascerò mai il Donbass e i 200mila ucraini che lo abitano”, ha dichiarato il leader, rispondendo a chi ipotizza uno scambio di territori come possibile via d’uscita dallo stallo negoziale che ormai si protrae da diverse settimane. L'offensiva russa, ha aggiunto Zelensky, ha perso slancio durante l'inverno, fallendo nel tentativo di piegare la resistenza ucraina attraverso la distruzione delle infrastrutture energetiche: “Ha attaccato le centrali elettriche nel pieno del gelo, voleva dividerci, ha cercato di mettere la popolazione civile contro l’esercito per costringerlo a smettere di combattere. Ma ha fallito: con il caldo rinascono le speranze”.
Sul tavolo delle trattative, intanto, resta in piedi l'ipotesi di un incontro trilaterale tra Ucraina, Stati Uniti e Russia. Il presidente ha confermato che l'appuntamento, inizialmente previsto ad Abu Dhabi, potrebbe tenersi il 5 o 6 marzo, anche se la sede è ancora da definire. “Io preferirei a Ginevra, o comunque in Europa, perché la guerra è nel nostro continente”, ha spiegato Zelensky, proponendo in alternativa Austria, Vaticano o Turchia come possibili sedi neutre. Ma al di là della location, la sostanza del negoziato appare ancora tutta in salita, visto che Mosca continua a chiedere il ritiro integrale delle forze ucraine dalle regioni orientali. “Perché mai noi dovremmo scambiare nostro territorio in cambio di altro che è parte della nostra patria?”, si è chiesto retoricamente il presidente, respingendo l’idea di concessioni territoriali che, a suo avviso, aprirebbero soltanto la strada a nuove richieste da parte del Cremlino.
La produzione bellica iraniana e i rischi per le difese ucraine
Un altro nodo cruciale toccato da Zelensky riguarda l’evoluzione del conflitto in Medio Oriente e le sue inevitabili ricadute sulla guerra in Ucraina. Il presidente ha definito “una buona decisione” l'attacco contro obiettivi militari iraniani, sottolineando come Teheran continui a rappresentare un pilastro fondamentale per la macchina da guerra russa: “Gli iraniani producono un mucchio di armi per la Russia, specie droni e missili, anche se adesso credo non potranno più farlo e forse saranno i russi ad armarli a loro volta”. Questa interdipendenza bellica, però, nasconde un'insidia per Kiev, dal momento che gli stessi sistemi di difesa aerea di cui l'Ucraina ha disperatamente bisogno potrebbero essere dirottati altrove. “Potremmo trovarci in difficoltà nel reperire missili e armi per la difesa dei nostri cieli”, ha ammesso Zelensky, riferendosi in particolare ai missili per i sistemi Patriot, di cui americani e alleati potrebbero aver bisogno per proteggere le proprie postazioni in Medio Oriente.
Il timore, del resto, è che l'attenzione della comunità internazionale possa spostarsi altrove, rallentando le forniture proprio nel momento in cui le temperature si alzano e si preparano nuove offensive. Lo stesso Zelensky ha ricordato quanto accaduto durante la cosiddetta “Guerra dei 12 giorni” nel giugno del 2025, quando i programmi di consegna subirono ritardi significativi. Oggi la preoccupazione è che la storia si ripeta, anche se il presidente ucraino si augura che la crisi iraniana resti “un’operazione limitata e non diventi una lunga guerra, noi sappiamo bene sulla nostra pelle quanto rischi di essere sanguinosa”. Nonostante tutto, Zelensky ha voluto ribadire che Vladimir Putin esce da questa situazione più debole: “Parla, ma non agisce, dimostra che è un alleato debole degli iraniani”, proprio come già accaduto con la Siria di Bashar Assad, finita per cercare asilo a Mosca.
Soldati nordcoreani e garanzie di sicurezza: l'equilibrio precario sul campo
Sul terreno, intanto, la guerra continua a mietere vittime e a consumare risorse umane su entrambi i fronti. Secondo i dati forniti da Zelensky, la Russia starebbe perdendo fino a 35mila uomini al mese, un numero enorme che costringe il Cremlino a mobilitare nuove leve. “Adesso Putin sta per mobilitare 400mila nuovi soldati, ma il suo esercito ha smesso di crescere, le perdite eguagliano le nuove reclute, sono immobilizzati, prossimi alla crisi”, ha sostenuto il leader ucraino, secondo il quale i negoziati seri potranno iniziare solo quando l'esercito avversario inizierà a rimpicciolirsi. Ma anche l'Ucraina, ha ammesso, soffre la mancanza di soldati, e proprio per questo si cerca di diversificare le forme di guerra, puntando sempre più sulla produzione di droni per sopperire alla carenza di personale.
Un altro elemento di tensione riguarda la presenza di truppe straniere. Zelensky ha ricordato come in Russia siano dispiegati circa 10mila soldati nordcoreani, una circostanza che rende paradossale, a suo avviso, qualsiasi veto di Mosca sulla presenza di contingenti internazionali in Ucraina. “Non vedo perché Mosca debba decidere quali truppe stazionano sul nostro territorio”, ha dichiarato, tornando a sollecitare garanzie di sicurezza concrete da parte degli alleati. Il problema, però, è che gli americani intendono firmare tali garanzie soltanto nel contesto di un accordo complessivo con i russi, mentre il protocollo con gli europei resta ancora in attesa. “Ma tutto questo non basta”, ha concluso il presidente, lasciando intendere che senza impegni vincolanti e duraturi, la difesa dell'Ucraina continuerà a dipendere da equilibri internazionali fragili e mutevoli.




