Iran richiude lo Stretto di Hormuz, ma al Bürgenstock ripartono i colloqui con gli Usa

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Redazione Esteri Redazione Esteri   -   La tensione in Medio Oriente registra un nuovo, brusco scossone con l'annuncio, giunto attraverso i canali ufficiali di Teheran, della richiusura dello Stretto di Hormuz, un passaggio marittimo strategico per il transito del petrolio mondiale, a pochi giorni dalla sua momentanea riapertura.

La decisione, comunicata dalla televisione di stato iraniana, giunge come diretta conseguenza dei raid israeliani in Libano, che hanno causato almeno sedici vittime nella giornata di oggi, e rappresenta una chiara violazione, secondo la lettura di Teheran, del memorandum of understanding siglato con gli Stati Uniti, gettando un'ombra lunga e minacciosa sui già fragili equilibri della regione.

La mossa dei Pasdaran, che attraverso l'agenzia Tasnim hanno precisato come lo Stretto debba restare chiuso finché non saranno soddisfatte una serie di condizioni legate all'intesa, arriva alla vigilia di un appuntamento cruciale, previsto per domenica sul Bürgenstock, dove i rappresentanti delle due potenze dovrebbero finalmente sedersi attorno a un tavolo per affrontare il dossier del nucleare e le altre annose questioni in sospeso.

Il nodo di Hormuz e le condizioni iraniane

L'agenzia Tasnim, che ha diffusione e autorevolezza negli ambienti vicini al Corpo delle Guardie della Rivoluzione Islamica, ha messo nero su bianco le richieste che Teheran pone come precondizioni per la riapertura del canale, e l'elenco si presenta particolarmente gravoso e ambizioso, tanto da far temere che la strada per una distensione sia ancora lunga e irta di ostacoli.

Tra le condizioni figurano, in primo luogo, il rilascio di asset iraniani congelati all'estero per un ammontare che si aggirerebbe attorno ai 12 miliardi di dollari, una somma considerevole che da tempo rappresenta un nodo centrale nelle trattative economiche tra i due Paesi, e che ora viene riproposta come chiave di volta per qualsiasi passo avanti.

A questa richiesta si aggiunge l'attuazione piena e immediata delle deroghe alle sanzioni sul petrolio, un tema che tocca il cuore dell'economia iraniana e che ha già rappresentato uno dei punti più spinosi durante le fasi precedenti della negoziazione, e infine, come condizione non negoziabile, il ritiro completo di Israele dal Libano, un'eventualità che allo stato attuale appare quanto meno remota, data la determinazione mostrata dall'esercito israeliano nel proseguire le proprie operazioni oltre confine.

La richiusura dello Stretto, che rappresenta un'arma strategica di primo ordine nelle mani di Teheran, capace di influenzare i prezzi del greggio e le rotte del commercio globale, è dunque presentata come una ritorsione diretta contro le incursioni israeliane, che gli iraniani interpretano come una violazione dello spirito e della lettera degli accordi recentemente raggiunti con l'amministrazione statunitense.

Colloqui al Bürgenstock tra conferme e smentite

Proprio mentre l'aria si faceva più pesante, con l'annuncio della chiusura di Hormuz che sembrava poter far naufragare ogni speranza di dialogo, da Lucerna sono giunte invece segnali contrastanti che hanno riaperto uno spiraglio, sia pure stretto, sulla possibilità di un confronto.

I colloqui tecnici, inizialmente previsti per venerdì e poi cancellati in circostanze non del tutto chiarite, sono stati riconfermati per domenica sul Bürgenstock, la località svizzera che ha già fatto da cornice ad altri importanti summit internazionali e che ora si prepara a ospitare una riunione considerata cruciale per il futuro del dossier nucleare.

La delegazione iraniana, guidata da Ghalibaf, incontrerà sul posto il presidente americano JD Vance, il quale, con la sua presenza, sottolinea l'importanza che l'amministrazione di Washington attribuisce a questo primo, concreto passo per dirimere la spinosa questione atomica e le altre controversie rimaste in sospeso, da risolvere entro i 60 giorni stabiliti dal memorandum.

La notizia dell'incontro, che era stata data per certa e poi smentita nell'arco di poche ore, ha creato un clima di incertezza e fibrillazione che ben rappresenta la complessità e la delicatezza di una partita in cui ogni mossa, ogni dichiarazione, può alterare gli equilibri, e la stessa alternanza tra annunci e dietrofront sembra ormai essere diventata una costante di questa tormentata fase di relazioni bilaterali.

Il quadro militare e le vittime in Libano

Mentre la diplomazia tenta faticosamente di trovare un binario su cui far correre il dialogo, la realtà sul campo continua a produrre vittime e a inasprire il clima, complicando ulteriormente il lavoro degli emissari e dei mediatori.

I raid dell'Idf, l'esercito israeliano, si sono abbattuti oggi su diverse aree del sud del Libano, causando un bilancio provvisorio di almeno 16 morti, e alimentando la reazione indignata di Hezbollah, il quale, come riportato da alcuni analisti come Karmon, non esiterebbe a rispondere con forza, spingendo Israele a valutare l'opzione di un nuovo, possibile cessate il fuoco che però, secondo le stesse fonti, rischierebbe di essere solo una parentesi effimera.

In questo contesto, la posizione iraniana si fa sempre più intransigente, e i Pasdaran, che attraverso i propri canali stampa ribadiscono la volontà di ottenere garanzie concrete e contropartite economiche prima di qualsiasi ulteriore apertura, sembrano voler usare la leva di Hormuz e la crisi libanese come un unico, inscindibile banco di prova per testare la determinazione e la credibilità della controparte americana.

L'intreccio tra il dossier nucleare, le sanzioni petrolifere, gli asset congelati e la crisi in Libano rende la partita estremamente complessa, e ogni singolo elemento appare strettamente collegato agli altri, tanto che una soluzione parziale o un passo falso su uno di questi fronti rischierebbe di far crollare l'intero castello negoziale, riportando la regione verso scenari di scontro ancora più aspri e imprevedibili.

Le sfide della negoziazione a 60 giorni

La finestra temporale di 60 giorni, che era stata indicata come il periodo entro il quale definire i termini dell'intesa complessiva, si sta quindi rivelando una scadenza sempre più difficile da rispettare, e le ore che precedono l'incontro di domenica appaiono cariche di aspettative e, al tempo stesso, di forti timori per un possibile fallimento.

Da un lato, gli Stati Uniti, con la presenza di Vance in Svizzera, dimostrano una volontà di ascolto e di negoziato che non era scontata, cercando di mantenere aperto un canale di comunicazione nonostante le provocazioni e le minacce provenienti da Teheran; dall'altro, però, le condizioni poste dall'Iran per la riapertura dello Stretto di Hormuz e la fermezza con cui viene ribadita la richiesta di un ritiro israeliano dal Libano pongono un veto che appare difficile da superare, data la posizione altrettanto netta di Gerusalemme e l'evolversi autonomo delle operazioni militari nel sud del Paese dei cedri. La partita, insomma, si gioca su più tavoli contemporaneamente, e quella che si apre al Bürgenstock non è solo una trattativa bilaterale tra Usa e Iran, ma un nodo che coinvolge gli equilibri di tutta l'area mediorientale, le dinamiche interne alla politica israeliana e le strategie di attori regionali come Hezbollah e i Pasdaran, che rivendicano un ruolo attivo e determinante nelle decisioni di Teheran.

La richiusura di Hormuz, in questo senso, non è solo una rappresaglia, ma un segnale forte e inequivocabile che l'Iran intende giocare tutte le sue carte, compresa quella più temuta e destabilizzante, per ottenere dagli Stati Uniti le concessioni economiche e politiche che ritiene gli spettino, in un braccio di ferro che potrebbe durare ben oltre i sessanta giorni previsti e che, nelle prossime ore, troverà un momento di verità decisivo sulle rive del lago di Lucerna.

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