Torino nel caos blackout: 15 guasti in 72 ore, la rabbia di commercianti e residenti
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Redazione Interno
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Non c’è pace per Torino, e la tregua promessa dopo le forniture a singhiozzo dell’estate scorsa – quella che aveva messo in ginocchio interi quartieri tra giugno e luglio – è già un ricordo lontano. Ieri, tra una raffica di interruzioni e un caldo che non accenna a mollare la presa, la città ha rivissuto l’incubo dei blackout: ascensori bloccati in Borgo Crimea, serrande abbassate ben prima dell’orario di chiusura in piazza Hermada e, a complicare ulteriormente il già caotico traffico cittadino, semafori spenti persino negli incroci più trafficati.
I dati forniti da Iren, la municipalizzata che gestisce l’energia, parlano chiaro: 15 guasti in totale da sabato, una cifra che l’azienda definisce persino gestibile se confrontata con i 45 blackout registrati nello stesso lasso temporale dell’anno precedente. Peccato che per chi vive sulla propria pelle l’ennesima emergenza infrastrutturale, il dato statistico conti ben poco.
La mappa del disagio e la resa dei conti con l’afa
I disservizi, a ondate e senza un preciso ordine logico, hanno colpito prima il centro storico e i quartieri occidentali per poi spostarsi, come un fronte temporalesco impazzito, verso la cintura Nord e la precollina. Nella notte tra il 27 e il 28 maggio, residenti di Barca, Bertolla, Rebaudengo e Barriera di Milano si sono svegliati al buio, condividendo la stessa sorte di chi abita in zone più altolocate come la Gran Madre o Madonna del Pilone.
La causa immediata, spiegano i tecnici, è una combinazione micidiale: il caldo record che ha fatto schizzare la domanda di energia elettrica del 30% in pochi giorni, dovuta all’uso massiccio dei condizionatori, ha messo in crisi una rete di distribuzione definita dall’amministratore delegato di Iren, Gianluca Bufo, “molto vecchia”. Il calore del terreno, che raggiunge temperature ben superiori a quelle dell’aria, fonde letteralmente i giunti in plastica dei cavi sotterranei, provocando cortocircuiti a catena.
L’ira dei commercianti e il conto salato dei ristori
Mentre gli ingegneri fanno i conti con la fisica e la vetustà degli impianti, nel mondo reale il danno economico è già una certezza. Sergio Sechi, titolare di un bar storico nel cuore di Borgo Crimea, descrive una scena desolante: serrande abbassate già nel pomeriggio, la rabbia di dover buttare merce deperibile e la frustrazione di aver potuto servire a malapena la metà delle colazioni preparate solitamente.
I sbalzi di tensione non risparmiano nemmeno le apparecchiature elettroniche, e per lavanderie, ristoranti e piccoli negozi il rischio di danni ai macchinari si aggiunge al mancato incasso. E sebbene Iren abbia garantito che i ristori seguiranno le regole stabilite dall’Arera, la condizione posta dai parametri nazionali – il rimborso scatta solo dopo un certo numero di ore consecutive di blackout – lascia presagire una lunga trafila burocratica per chissà quanti esercenti, i quali, per giunta, si trovano a dover subire interruzioni a intermittenza che resettano il conteggio dei minuti di buio.
Cento tecnici in trincea e una rete che ha bisogno di anni
L’azienda, dal canto suo, assicura di aver messo in campo una task force di circa 100 tecnici qualificati – più del doppio rispetto alle risorse standard – supportata da 30 gruppi elettrogeni mobili pronti a entrare in azione. Nei casi in cui è possibile agire a distanza grazie alla telegestione, l’elettricità viene ripristinata in media entro mezz’ora per l’80% delle utenze coinvolte; laddove sia necessario scavare per riparare i giunti fusi, i tempi si allungano drammaticamente, arrivando anche a diverse ore. Ma il problema di fondo rimane strutturale.
Nonostante l’inaugurazione, avvenuta a inizio maggio, di una nuova cabina primaria al Nord (frutto di un investimento da quasi 25 milioni di euro), il presidente di Iren, Luca Dal Fabbro, non ha nascosto che il percorso per rimodernare i 5mila chilometri di cavi della città sarà lungo. I piani industriali prevedono investimenti per 515 milioni in cinque anni – quasi 100 all’anno – ma la realtà dei fatti, scandita dai blackout di queste ore, dimostra che i cantieri aperti (900 solo nell’ultimo anno) non sono bastati a evitare il collasso della rete di media tensione.
O, perlomeno, non con questo caldo e con questa domanda di energia.




