Il peso del ricambio
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Redazione Interno
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C’è un momento, nella vita politica di un Paese, in cui il ricambio smette di essere uno slogan e diventa una necessità non più rinviabile. È esattamente la fase che il centrodestra sta attraversando oggi, sotto la spinta – diretta o indiretta – di Giorgia Meloni. Un “repulisti”, come qualcuno lo ha definito con tono polemico, ma che in realtà somiglia molto di più a una fisiologica operazione di riassetto interno, troppo a lungo rimandata e resa oggi inevitabile da una crescente domanda di serietà e coerenza da parte dell’elettorato. La sconfitta referendaria, con il No che ha sfiorato il 54%, non è stata solo un episodio di malcontento, ma il termometro di una distanza siderale tra la percezione del governo e quella dei cittadini, specialmente nei centri urbani e tra i giovani. E se il premierato e la riforma della giustizia – quest’ultima giudicata tecnicamente fragile perfino da costituzionalisti critici – rappresentavano l’ossatura del progetto politico, il loro naufragio alle urne ha costretto la premier a cambiare registro. Non si trattava più di limare gli spigoli, ma di operare una scollatura netta: i primi a saltare sono stati i pezzi più esposti, da Andrea Delmastro a Daniela Santanchè, in una sequenza di dimissioni che ha rivelato più fragilità che forza.
La sindrome dell’anatra zoppa e il silenzio strategico
Definita dall’opposizione ormai come un’“anatra zoppa”, la presidente del Consiglio sa bene che l’errore più grave, in questa fase, sarebbe quello di lasciarsi logorare a Palazzo Chigi. Per questo, dopo il terremoto iniziale, ha scelto la via del silenzio e della riflessione. Una settimana esatta dopo il “lunedì nero” della batosta, il governo appare in attesa: il nodo del ministero del Turismo non è ancora sciolto, e mentre circolano nomi – da Gianluca Caramanna a Luca Zaia – la sensazione è che Meloni stia valutando non solo chi mettere, ma quale messaggio politico inviare con la sostituzione. Se si tratti di un semplice intervento chirurgico per tamponare l’emergenza o di un rimpasto più ampio, capace di ridisegnare gli equilibri di una coalizione in cui Forza Italia mostra già segni di insofferenza, è ancora presto per dirlo. Di certo, la premier sta giocando sul tempo, consapevole che il vero rischio non è il voto anticipato – escluso con decisione dai vice Antonio Tajani e Matteo Salvini – ma l’erosione lenta del consenso, quella che trasforma una maggioranza in una polveriera.
L’incognita della legge elettorale e le tensioni negli alleati
Mentre Meloni lavora sulle accise e tenta di riprendere il contatto con il territorio, in Parlamento prende il via il percorso di un’altra partita delicata: la riforma della legge elettorale. L’obiettivo dichiarato è superare il Rosatellum, introducendo un premio di maggioranza che garantisca governabilità. Tuttavia, la strada è in salita. Le opposizioni sono in trincea e, dentro la maggioranza, gli interessi divergono: un proporzionale con premio rischia di alterare i rapporti di forza interni, non favorendo né i piccoli partiti né chi guarda con preoccupazione al consolidamento di Fratelli d’Italia. È in questo contesto di fragilità istituzionale che emergono le fratture più profonde. In Forza Italia, la sconfitta sul referendum – una riforma che il partito sentiva come un lascito postumo – ha innescato scosse telluriche. Il primo a saltare è stato il capogruppo al Senato Maurizio Gasparri, e il segretario Antonio Tajani ha dovuto persino minacciare le dimissioni per difendere la posizione di Paolo Barelli. Il nodo, irrisolto, resta la successione generazionale all’interno del partito fondato da Silvio Berlusconi: la necessità di una guida forte, capace di tenere insieme l’eredità azzurra, si scontra con la riluttanza della famiglia.
La metamorfosi obbligata di una leadership
Osservando il quadro d’insieme, emerge un paradosso. La stessa leader che ha costruito la sua ascesa su una retorica identitaria e sovranista si trova oggi a governare con il rigore di un tecnocrate, avendo imparato – a differenza di Matteo Renzi, che ricorda bene il peso di una sconfitta referendaria – che la sopravvivenza politica passa per la capacità di non esporsi. Il “tocco magico” si è infranto, e l’entourage della premier attende con ansia i sondaggi del lunedì per capire l’entità del danno. La scelta di chiedere pubblicamente le dimissioni a Santanchè, dopo un braccio di ferro durato ore, ha mostrato una leader in difficoltà, costretta a usare una forza sproporzionata per imporre la propria volontà. Per recuperare slancio, l’indicazione che arriva dai suoi è chiara: meno viaggi all’estero, maggiore distanza tattica da Donald Trump – il cui appoggio incondizionato rischia di diventare una zavorra – e un ritorno ossessivo alle preoccupazioni concrete degli italiani. Quella che si prospetta, insomma, è una fase di verifica. Non tanto sulla tenuta numerica della maggioranza, che per ora sembra reggere, ma sulla capacità di questa destra di compiere un ultimo, doloroso salto: trasformare la necessità del ricambio da un atto di forza a una vera rinascita politica.




