Paolo Barelli e il collo sotto scacco: la paziente attesa del ricambio in Forza Italia
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Redazione Interno
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Nelle stanze romane del centrodestra, dove il linguaggio della politica si fa spesso più crudo che altrove, si racconta che Paolo Barelli, nelle ultime ore, ogni tanto si accarezzi il collo. Non si tratta di un tic nervoso, ma di una consapevolezza: in questo preciso frangente storico, per un capogruppo parlamentare di Forza Italia, quella parte del Corpo è diventata un bersaglio. Il partito sta attraversando una fase di riassetto che ha già visto la testa di Maurizio Gasparri rotolare – con le dovute differenze cerimoniali – a Palazzo Madama, e ora il timore è che la scure possa calare anche sulla Camera, dove il deputato e consuocero del segretario Antonio Tajani rappresenta uno degli ultimi baluardi della vecchia guardia. Interrogato direttamente sul rischio di essere il prossimo a saltare, Barelli ha risposto con una metafora cristallina: «Non ho la palla di vetro». Un modo, questo, per eludere una risposta secca, ma che non nasconde l’evidenza di un clima di attesa febbrile, alimentato dal pressing della famiglia Berlusconi per un ricambio generazionale e di stile.
L’incontro che può ridisegnare gli equilibri
È in questo clima di fibrillazione che si colloca l’incontro decisivo in programma tra mercoledì e giovedì, quando Antonio Tajani, rientrato da una doppia trasferta internazionale che lo ha visto prima a Kiev e poi a Belgrado, siederà faccia a faccia con Marina Berlusconi. Un confronto fortemente voluto dal segretario azzurro, il quale intende porre un argine alla “slavina interna” innescata dalla pesante sconfitta al referendum sulla giustizia. Il ragionamento che Tajani porta al tavolo è lineare e nasconde una implicita minaccia: «Se si vuole dare una scossa al partito, concordiamola. Io non posso subirla». L’auspicio, da parte sua, sarebbe quello di raggiungere un chiarimento definitivo che garantisca una tregua almeno fino alle prossime elezioni politiche, evitando ulteriori colpi di mano che rischierebbero di delegittimare la sua segreteria. Il vero nodo, infatti, è la spinta della minoranza interna, che non si limiterebbe alla sostituzione di Gasparri ma punterebbe a depotenziare la linea di Tajani, considerata troppo accomodante verso l’alleato Fratelli d’Italia e troppo distante dalle sensibilità liberali di Arcore.
L’effetto domino della sconfitta referendaria
La vittoria del No al referendum ha agito come un acceleratore di dinamiche che già covavano sotto la cenere. Per Forza Italia, che si era esposta in prima linea per il Sì, la batosta ha avuto un peso specifico maggiore che per gli altri alleati di governo. Secondo alcune ricostruzioni, circa il 40% del bacino elettorale di riferimento non ha seguito l’indicazione del partito, un dato che ha fornito alla famiglia Berlusconi – principale finanziatrice e azionista di riferimento – la leva per chiedere un cambio di passo netto. Non si tratta solo di sostituire i nomi, ma di modificare l’impostazione stessa del partito, ritenuto da Marina Berlusconi ingessato su dinamiche di potere consolidate e troppo stretto attorno a una cerchia di fedelissimi romani. Se al Senato il cambio è già stato formalizzato con l’elezione di Stefania Craxi, figura dal profilo marcatamente riformista, alla Camera il destino di Barelli è ancora appeso a un filo. L’obiezione che Tajani oppone a chi chiede il suo azzeramento è pragmatica: «Se sostituiamo Barelli non si fermeranno, il giorno dopo pretenderanno altro».
Il banco di prova in Piemonte e il meccanismo delle tessere
Lo scossone imposto da Marina Berlusconi, tuttavia, non si limita ai vertici parlamentari, ma rischia di riverberarsi anche sui congressi regionali, i primi che si terranno con il nuovo meccanismo delle tessere. La regione Piemonte rappresenta in questo senso un osservatorio privilegiato. L’ipotesi principale, almeno fino a poco tempo fa, vedeva il ministro della Pubblica amministrazione Paolo Zangrillo pronto a ripresentarsi per la segreteria regionale. Tuttavia, l’aria è cambiata: cresce la pressione per una soluzione alternativa, rappresentata dal senatore Roberto Rosso, attuale vice di Zangrillo. La priorità, in un partito che teme spaccature visibili, resta quella di arrivare a una candidatura unitaria. Ma se l’opzione Zangrillo dovesse tramontare, la “carta Rosso” verrebbe calata sul tavolo, con il placet di quei dirigenti, come il presidente di Regione Alberto Cirio, che cercano di mantenere un equilibrio tra le richieste di rinnovamento della famiglia Berlusconi e la necessità di tenere insieme il partito in vista delle prossime sfide elettorali.




