Quattro anni di guerra, il Cremlino cambia versione: "Obiettivi non raggiunti, l'operazione continua"
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Redazione Esteri
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Il ventiquattro febbraio del 2022, quando i primi carri armati russi varcarono il confine ucraino dando il via a quella che Mosca definì un'“operazione militare speciale”, l'estimativa del Cremlino parlava di una campagna lampo, della durata di poche settimane, finalizzata alla “denazificazione” del paese vicino e alla protezione delle popolazioni del Donbass. A distanza di quattro anni esatti, il racconto ufficiale è mutato, e lo ha fatto in modo sostanziale, ammettendo ciò che sul campo, per gli analisti militari, era ormai evidente da tempo: la guerra non è andata come previsto e, soprattutto, non è finita.
In una dichiarazione rilasciata proprio nel giorno dell'anniversario, il portavoce del Cremlino Dmitry Peskov, interpellato dalle agenzie di stampa russe, ha infatti riconosciuto che gli obiettivi prefissati all'inizio del conflitto – e qui risiede il passaggio politicamente più rilevante – non sono stati ancora pienamente raggiunti -6-9. Ne consegue, logicamente, che l'azione militare, lungi dall'essersi conclusa con una vittoria netta, proseguirà. Una presa d'atto significativa, se si considera che nei primi mesi dell'invasione la narrazione propagandistica diffusa dai media filogovernativi dava ormai per imminente la caduta di Kiev e la capitolazione delle forze di Volodymyr Zelensky. L'obiettivo principale, ha ribadito Peskov nel tentativo di riallineare il messaggio, resta quello di garantire l'incolumità degli abitanti del Donbass, una regione che, secondo la visione russa, versava in una condizione di grave pericolo a causa delle aggressioni ucraine -9.
Logoramento e costi umani: il fronte che non arretra
Sul terreno, la situazione fotografata dagli istituti di analisi internazionali e dallo stato maggiore ucraino delinea uno scenario di stallo dinamico, fatto di avanzamenti infinitesimali e perdite ingenti per entrambi gli schieramenti. La Russia controlla attualmente circa un quinto del territorio ucraino, inclusa la Crimea annessa nel 2014, ma i progressi degli ultimi dodici mesi sono stati geograficamente irrilevanti, attestandosi attorno all'uno per cento della superficie complessiva del paese -1-8. Le operazioni si concentrano nel bacino del Donbass, dove le forze di Mosca sono riuscite a consolidare il controllo su quasi l'intera regione di Luhansk e su una porzione maggioritaria di quella di Donetsk, sebbene roccaforti strategiche come Slovyansk e Kramatorsk rimangano saldamente in mani ucraine -6-8.
Si tratta, concordano gli osservatori, di una guerra di logoramento, in cui l'elemento determinante non è più la manovra avvolgente ma la capacità di resistere e di rimpiazzare le perdite subite. Perdite che, per quanto riguarda l'esercito russo, secondo le stime diffuse da Kyiv, avrebbero superato la ragguardevole cifra di un milione e duecentocinquantamila unità tra morti, feriti e dispersi dall'inizio delle ostilità su larga scala, mentre il presidente ucraino ha recentemente dichiarato che i caduti nelle proprie fila ammontano a cinquantacinquemila -8. Al di là della difficoltà di ottenere conteggi certi in un contesto bellico, ciò che emerge con chiarezza è la natura logorante di un conflitto che ha ormai superato in durata la cosiddetta “Grande Guerra Patriottica”, il secondo conflitto mondiale per come viene ricordato in Russia.
Economia di guerra sotto pressione: il costo della resistenza
Se sul fronte militare si combatte con trincee e droni, su quello economico la battaglia è altrettanto cruciale e forse, per Mosca, destinata a diventare insostenibile nel medio periodo. L'illusione di una crescita trainata dalle commesse belliche sta mostrando tutti i suoi limiti strutturali. L'economia russa, pur non essendo crollata come molti avevano previsto nei primi mesi dell'invasione grazie a un massiccio intervento statale e a una riconversione forzata dell'apparato produttivo, si trova oggi intrappolata in quella che alcuni analisti definiscono la “zona della morte” -10.
La metafora, presa in prestito dall'alpinismo, descrive una condizione in cui l'organismo consuma sé stesso più velocemente di quanto riesca a rigenerarsi: il paese mantiene una parvenza di stabilità, ma lo fa distruggendo progressivamente le proprie capacità future. Il bilancio federale è sempre più dipendente dalle spese per la difesa, cresciute in modo esponenziale, mentre le voci relative a istruzione, sanità e welfare subiscono tagli profondi. Il Fondo Nazionale di Benessere, che avrebbe dovuto fungere da cuscinetto per le emergenze, si è drasticamente ridotto, passando dai circa centotredici miliardi di dollari prebellici a circa cinquecento miliardi attuali, una riserva che, al ritmo attuale di spesa, potrebbe esaurirsi nel giro di pochi mesi -7.
A complicare il quadro si aggiunge la crisi delle entrate energetiche, da sempre pilastro delle finanze pubbliche russe. Il prezzo del petrolio Urali, il greggio di riferimento per le esportazioni russe, si è attestato su valori inferiori alla soglia di pareggio di bilancio, stimata intorno ai sessanta dollari al barile, e il giro di vite sulle sanzioni, unito alla riduzione degli acquisti da parte di paesi come l'India, ha ulteriormente compresso i margini -3-7. La Banca Centrale, guidata da Elvira Nabiullina, si trova a dover gestire un difficile equilibrio tra la necessità di alzare i tassi per contrastare un'inflazione a due cifre – che erode il potere d'acquisto di salari e pensioni – e quella di non soffocare un sistema creditizio già indebolito da un'impennata dei prestiti in sofferenza e da una crescente dipendenza dalla spesa pubblica -3-10.
La società russa e la resilienza forzata
In questo contesto di prolungato sforzo bellico, la domanda che molti osservatori internazionali si pongono riguarda la tenuta del consenso sociale. Il Cremlino, consapevole dei rischi di un malcontento diffuso, ha cercato di isolare la popolazione dagli aspetti più tragici del conflitto, evitando una mobilitazione generale che richiamasse alla memoria le perdite sovietiche in Afghanistan e facendo leva su un patriottismo di fondo alimentato dalla propaganda. I sondaggi, seppur condotti in un regime autoritario che penalizza le opinioni dissonanti, restituiscono un'immagine di apparente compattezza: un recente rilevamento dell'istituto Vciom, vicino al governo, indicherebbe che circa due terzi dei russi si dichiara pronto a sostenere sacrifici economici per la difesa del paese -4-5.
Tuttavia, al di là dei numeri ufficiali, emergono crepe nel tessuto sociale. L'aumento dell'IVA al ventidue per cento, l'incremento dei prezzi dei beni di prima necessità e la cronica carenza di manodopera – conseguenza sia della mobilitazione parziale sia dell'emigrazione di centinaia di migliaia di cittadini in età lavorativa – iniziano a farsi sentire nella vita quotidiana -3-4. Il divario tra la narrazione trionfalistica dei telegiornali e l'esperienza concreta di chi affronta code per i beni importati o vede i propri risparmi assottigliarsi rischia di allargarsi, ponendo interrogativi sulla sostenibilità a lungo termine del “consenso putiniano”. Per ora, il riflesso condizionato del patriottismo e la paura di esprimere dissenso tengono a bada le tensioni, ma l'economia di guerra, come un motore tenuto costantemente al massimo dei giri, consuma in fretta le sue componenti, e la riserva di pazienza della popolazione non è inesauribile.




