La guerra di logoramento che nessuno vede più: Mosca arretra, ma Kiev resiste nel Donbass
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Redazione Esteri
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Nel quarto anno di invasione su vasta scala, mentre l’attenzione dei media internazionali si è spostata altrove – complice un’amministrazione Trump che ormai da oltre dodici mesi governa la Casa Bianca con un approccio radicalmente diverso da quello del suo predecessore –, il conflitto ucraino ha subito una mutazione profonda, diventando una guerra di logoramento dove la propaganda, paradossalmente, finisce per imprigionare prima di tutto chi l’ha generata. La domanda che ossessionava gli analisti nei primi mesi del 2022, “chi sta vincendo?”, sembra oggi quasi fuori luogo: non perché la risposta sia scontata, ma perché il campo di battaglia, un fronte esteso per quasi mille chilometri costellato da migliaia di droni e trincee scavate nella roccia del Donbass, racconta una realtà fatta di centimetri guadagnati e perdite immani, lontana anni luce dalle narrazioni trionfalistiche delle capitali.
Il simbolo di una fragilità inaspettata: la parata senza carri armati
La parata del 9 maggio 2026 a Mosca – la prima in 81 anni a fare a meno di carri armati, veicoli blindati e dell’artiglieria pesante che tradizionalmente sfilava sulla Piazza Rossa – è stata molto più di un accidente logistico. È stata, semmai, il segnale involontario di uno Stato che, spaventato dalla minaccia dei droni a medio raggio ucraini, ha dovuto ridimensionare la propria vetrina di potenza. In quell’occasione, Vladimir Putin ha dichiarato che il conflitto starebbe “volgendo al termine”, mostrando allo stesso tempo una cauta apertura a un negoziato con l’Unione Europea. Tuttavia, la realtà sul terreno smentisce in parte queste affermazioni: se è vero che lo spazio informativo globale non è più saturato dalle notizie dal fronte, come accadeva durante l’era Biden, è altrettanto vero che l’esercito russo ha dovuto fare i conti con una battuta d’arresto significativa nella propria capacità di avanzamento.
Secondo le analisi più accreditate, come quelle dell’Institute for the Study of War (ISW), i guadagni territoriali russi si sono drammaticamente ridotti. Nei primi quattro mesi del 2026, l’avanzata media è stata di soli 2,9 chilometri quadrati al giorno, un dato che impallidisce di fronte ai 9,76 dello stesso periodo nel 2025. Ad aprile, per la prima volta da agosto 2024, Mosca ha addirittura registrato una perdita netta di territorio: circa 116 chilometri quadrati riconquistati dalle forze di Kiev, principalmente grazie a contrattacchi localizzati e a una efficacia crescente nel colpire le linee di rifornimento nemiche.
L’assedio silenzioso del Donbass e la prigione della propaganda
La mappa interattiva del campo di battaglia, aggiornata ogni 48-72 ore, continua a mostrare freccette rosse nell’area “calda” del Donbass. I villaggi vengono presi e riconquistati, spesso distrutti dalle macerie della guerra. Tuttavia, la tanto attesa offensiva russa per occupare completamente le roccaforti di Kostiantynivka o Sloviansk non si è concretizzata, nonostante le forze di Mosca continuino a premere con assalti di fanteria sempre più ridotti numericamente. Il problema strutturale per il Cremlino è che la propaganda, usata per anni come schermo per nascondere le difficoltà, è diventata una gabbia: Putin non può più permettersi di abbattere quella narrazione senza rischiare di crollare insieme ad essa.
Sul fronte opposto, Kiev sembra aver trovato un equilibrio tattico basato sull’uso massiccio di droni FPV, responsabili oggi di circa l’80% delle perdite su entrambi i lati. La strategia russa di logoramento, che si basava su ondate di assalti umani per esaurire le riserve ucraine, ha mostrato i suoi limiti di fronte a una difesa che impara e si adatta. Non si vedono più le colonne di mezzi corazzati distrutti dalle immagini satellitari; al loro posto, una guerra sporca fatta di infiltrati, piccoli gruppi che strisciano oltre le linee nemiche e di una tecnologia che rende ogni movimento una scommessa con la morte.
Le contraddizioni di una tregua mediata e le pressioni economiche
La diplomazia di Trump, se così si può chiamare, ha introdotto una variabile imprevedibile. Il cessate il fuoco mediato per le celebrazioni del 9 maggio – voluto principalmente per permettere lo scambio di prigionieri e la tregua tecnica – è stato violato quasi immediatamente da entrambe le parti, con Mosca che accusa l’Ucraina di oltre seimila attacchi con droni e Kiev che denuncia la morte di civili sotto i bombardamenti russi. Yuri Ushakov, consigliere di Putin, ha ripetuto che l’Ucraina “sa che dovrà cedere il Donbass”, ma i numeri dicono che, al passo attuale, alla Russia servirebbero circa trent’anni per conquistare completamente quella regione.
A complicare ulteriormente i piani del Cremlino si aggiunge la variabile economica. Il bilancio russo del 2026 era stato costruito su un prezzo del petrolio a 59 dollari al barile; la crisi in Medio Oriente ha fatto schizzare le quotazioni, dando ossigeno a Mosca, ma le entrate dal settore energetico nei primi quattro mesi dell’anno sono comunque calate del 38,3% rispetto al 2025. L’esercito russo, pur continuando a reclutare tra i 30.000 e i 35.000 uomini al mese – spesso provenienti dalle regioni più povere o da contesti criminali –, paga un prezzo altissimo in termini di risorse umane, senza riuscire a tradurre il numero di baionette in una re svolta strategica.
L’Ucraina resiste, ma l’orizzonte resta il baratro
Nonostante il morale delle truppe ucraine sia messo a dura prova da quasi quattro anni di guerra e da una mobilitazione che ha svuotato intere generazioni, la “cintura di fortezze” del Donbass tiene. Le difese costruite a partire dal 2014 – una serie di città fortificate che costituiscono la spina dorsale della resistenza – hanno assorbito l’urto delle offensive, dimostrandosi progettate non solo per la guerra convenzionale, ma anche per la nuova era della guerra dei droni. Tuttavia, definire questo scenario come una “vittoria” per Kiev sarebbe fuorviante. L’Ucraina non ha la forza per lanciare una controffensiva su larga scala come quella fallita nel 2023, e la sua capacità di infliggere danni alla Russia si concentra prevalentemente in azioni a medio raggio dietro le linee nemiche, colpendo depositi di munizioni e logistica.
Siamo quindi di fronte a un paradosso strategico: Mosca non vince ma avanza lentamente, Kiev non perde ma sanguina. In questo quadro, la riduzione dell’interesse mediatico globale – favorita dalla rielezione di Trump e dalle nuove crisi in Medio Oriente – ha creato una bolla di silenzio nella quale la guerra continua a divorare risorse e vite, lontana dai riflettori ma tragicamente più vicina che mai a un punto di rottura per entrambi i contendenti.




