Banksy a Bologna, la mostra che svela le origini ribelli dello street artist tra stencil e carcere

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Redazione Cultura e Spettacolo Redazione Cultura e Spettacolo   -   Camminando per le sale di Palazzo Fava a Bologna – dal 27 marzo fino al 2 agosto –, ci si imbatte in una narrazione inedita che prova a decifrare il mito di Banksy non attraverso le aste milionarie o le celebri “battute” visive comparse sui muri di Londra, ma partendo da dove tutto ebbe inizio: la Bristol degli anni Ottanta e Novanta. La mostra “Banksy Archive 01 – The School of Bristol (1983-2005)” rappresenta un tentativo, forse il più organico fino a oggi, di restituire il contesto culturale che plasmò l’immaginario di quello che, solo recentemente, si è scoperto essere il 53enne Robin Gunningham. Un’operazione che sposta l’attenzione dalla figura ormai iconica – e dalla sua ossessiva protezione dell’anonimato – al movimento collettivo che la generò, quello della graffiti art britannica.

L’esposizione, curata da Stefano Antonelli e Gianluca Marziani, si articola in trentadue sezioni e mette in fila oltre trecento opere, ma il suo valore aggiunto risiede nei documenti d’archivio e nelle fotografie che raccontano le gesta delle crew cittadine. Tra questi spicca una lettera del 1998 firmata proprio con lo pseudonimo “Robin Banks”, un dettaglio che getta luce su un periodo in cui l’artista non era ancora il fenomeno globale che conosciamo, ma un giovane immerso in una scena underground dove il rischio di incorrere in pesanti sanzioni era all’ordine del giorno. Perché, come emerge dai materiali esposti, operare a Bristol in quegli anni significava sfidare un contesto ostile: la “Operazione Anderson”, la più grande retata anti-graffiti della storia, prevedeva multe fino a 16mila sterline e la concreta possibilità di finire in carcere per sei mesi. Un clima di vera e propria clandestinità che costrinse molti writer alla fuga, ma che per altri – Banksy in testa – divenne il motore di un’estetica della sopravvivenza.

La scuola di Bristol e la genesi di un linguaggio sovversivo

A emergere dalle sale di Palazzo Fava è il ritratto di una generazione di artisti che trasformò i muri in campo di battaglia. Centrale in questo racconto è la figura di Robert Del Naja, poi frontman dei Massive Attack, che allora rispondeva al nome di “3D”. Fu lui, dopo un viaggio a New York nel 1983, a importare il verbo del writing nella città inglese, creando un ponte ideale tra la subway art americana e la nascente street art europea. Insieme a lui, nomi come Tom “Inkie” Bingle, Felix “Flx” Braun, Kyron “Soker” Thomas e Nick Walker formavano quel nucleo duro che i critici hanno ribattezzato la “Bristol School”. Non si trattava di un movimento accademico, ma di un collettivo informale di ragazzi che condividevano la stessa urgenza espressiva e la stessa necessità di invisibilità. È in questo crogiolo di influenze reciproche che Banksy affinò la sua tecnica, passando dal freehand allo stencil: una scelta dettata non solo da una questione estetica, ma dalla pura necessità operativa di ridurre i tempi di esecuzione per sfuggire alle pattuglie.

Tra opere proibite e documenti inediti, l’archivio si fa memoria

Il percorso espositivo non si limita a celebrare i grandi successi commerciali, ma indugia sulla dimensione quasi artigianale della nascita di un mito. L’allestimento a Palazzo Fava, sede del progetto culturale Genus Bononiae, propone una ricostruzione ambientale che fa da contraltare alla fama attuale dell’artista. Se oggi Banksy – la cui identità è stata infine svelata nella figura di Gunningham – è considerato un “rispettato street artist” con quotazioni da capogiro, le fotografie esposte raccontano un’altra storia: quella di muri abusivi, di lettere minatorie e di una creatività che fioriva nel buio. Le oltre trecento opere in mostra includono artwork originali dei protagonisti della scena, molti dei quali rimasti fino a ora nell’ombra, e materiali d’archivio che certificano quanto la collaborazione tra i vari membri della crew fosse stretta. Un aspetto, questo, che restituisce dignità storica a un movimento spesso liquidato come semplice vandalismo.

Un murale per celebrare le radici e il contesto culturale di Bologna

A impreziosire l’iniziativa, che resterà aperta fino al 2 agosto, è anche un gesto simbolico che richiama alla memoria collettiva il valore della tradizione: due artisti dello stesso collettivo storico di Banksy, Soker e Inkie, hanno realizzato un murale dedicato proprio alla “Scuola di Bristol”. Un’opera che funge da ponte ideale tra l’Inghilterra degli anni Ottanta e l’Italia di oggi, sottolineando come il linguaggio del writing sia ormai riconosciuto come patrimonio culturale. La mostra, promossa da Fondazione Carisbo e Opera Laboratori nell’ambito del progetto Genus Bononiae, si configura così come un’operazione archeologica: scava sotto gli strati di fama internazionale per riportare alla luce le fondamenta, spesso scomode e controverse, di un artista che ha fatto della ribellione la propria firma. Per chi si appresta a varcare la soglia di via Manzoni 2, l’invito è a guardare oltre le celebri sagome della bambina con il palloncino, per ascoltare il rumore di fondo di una Bristol dove i graffiti erano proibiti e dove, paradossalmente, nacque una delle figure più influenti dell’arte contemporanea.

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