La Russa e il Giovedì nero: il passato torna a pesare sullo scontro con Ponzani
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Redazione Interno
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Ignazio La Russa torna al centro delle polemiche per il suo passato politico e per la partecipazione, contestata dalla sua stessa ricostruzione, agli avvenimenti del Giovedì nero di Milano, quando una manifestazione dell'estrema destra degenerò in violenti scontri e costò la vita all'agente di polizia Antonio Marino. A riaccendere il confronto è stata la storica Michela Ponzani, minacciata di querela dal presidente del Senato per aver ricordato il suo ruolo nella manifestazione. Il 30 ottobre, però, La Russa ha aggiunto un nuovo elemento alla controversia: durante un'intervista televisiva ha dichiarato di poter trasformare l'iniziativa legale in una causa civile, accompagnando l'apertura con una frase polemica: «Non so se le conviene».
Il Giovedì nero e la morte dell'agente Antonio Marino
Per comprendere l'origine dello scontro bisogna tornare al clima politico della Milano degli anni Settanta. Il 12 aprile 1973 il Movimento Sociale Italiano aveva organizzato una manifestazione pubblica, successivamente vietata dalle autorità cittadine per ragioni di ordine pubblico. Nonostante il divieto, numerosi militanti si radunarono in città e si verificarono scontri con le forze di polizia. La giornata passò alla storia come il Giovedì nero. In via Bellotti vennero lanciate due bombe a mano contro gli agenti della Celere: una raggiunse mortalmente Antonio Marino, un poliziotto di 22 anni, mentre altri appartenenti alle forze dell'ordine rimasero feriti.
Per l'omicidio furono condannati Vittorio Loi e Maurizio Murelli, rispettivamente a 19 e 18 anni di carcere. Quest'ultimo è oggi tornato a intervenire nella controversia politica, offrendo una ricostruzione che contraddice quella sostenuta dalla storica. La vicenda giudiziaria individuò responsabilità penali nei militanti coinvolti nel lancio degli ordigni, ma la posizione di La Russa è oggetto di una controversia distinta. Il punto centrale della discussione riguarda infatti la sua effettiva presenza nel corteo vietato e il ruolo ricoperto quel giorno, non un'accusa di aver materialmente lanciato la bomba che uccise il giovane agente.
La versione di Murelli e la replica di La Russa
Il nuovo intervento è arrivato proprio da Murelli, uno dei condannati per i fatti di quella giornata. In un lungo messaggio pubblicato sui social ha sostenuto che La Russa non si trovasse in piazza con i manifestanti, ma fosse diretto in Prefettura insieme ad altri dirigenti missini per contestare la decisione di vietare la manifestazione. Secondo questa ricostruzione, la delegazione comprendeva anche Franco Servello, Francesco Petronio e Ciccio Franco. Il raduno dei militanti sarebbe invece avvenuto separatamente in piazza Tricolore, dove, secondo Murelli, non erano presenti i dirigenti del partito. Da qui la sua conclusione: La Russa non avrebbe partecipato alla manifestazione.
Una versione che coincide in parte con quanto raccontato dallo stesso presidente del Senato in un video pubblicato sui social. La Russa ha spiegato di essere stato componente di una delegazione di dirigenti del Movimento Sociale Italiano che cercava di ottenere la revoca del divieto, accompagnata da agenti di polizia in borghese. Ha sostenuto che proprio mentre il gruppo si trovava in Prefettura arrivò la notizia della morte dell'agente. La sua ricostruzione è diversa da quella di numerose cronache storiche, che lo indicano tra i dirigenti presenti alla manifestazione e alla testa del corteo diretto verso la Prefettura. Il Corriere della Sera, ricostruendo gli avvenimenti in occasione del cinquantenario, ha indicato esplicitamente anche i fratelli La Russa tra i partecipanti.
La querela contro Michela Ponzani diventa una causa civile?
La polemica contemporanea nasce dalle dichiarazioni pronunciate da Ponzani durante la trasmissione Otto e mezzo, su La7. La storica aveva ricordato il divieto imposto dalle autorità alla manifestazione e il ruolo attribuito a La Russa, allora dirigente del Fronte della Gioventù, l'organizzazione giovanile del MSI. Aveva inoltre collegato quella vicenda al dibattito sulle nuove norme in materia di sicurezza e sulle restrizioni alle manifestazioni pubbliche. Il presidente del Senato aveva reagito annunciando iniziative giudiziarie, sostenendo che le dichiarazioni avessero leso la sua onorabilità e associato ingiustamente il suo nome all'uccisione del poliziotto.
La storica ha respinto la richiesta di scuse, rivendicando la correttezza della propria ricostruzione e dichiarando di non avere intenzione di ritrattare. Nel corso di un intervento televisivo ha anche contestato il modo in cui era stata chiamata dal presidente del Senato, chiedendo che venisse riconosciuto il suo titolo di professoressa. La discussione si è così estesa dal merito storico degli avvenimenti al diritto di critica nei confronti di chi ricopre una delle più alte cariche istituzionali. La Russa aveva inizialmente dichiarato di essere disposto a rinunciare all'azione legale in caso di scuse, ma successivamente ha prospettato una diversa strada giudiziaria.
Nell'intervista a Myrta Merlino per Myrta Confidential, trasmessa su San Marino RTV, il presidente del Senato ha infatti parlato della possibilità di trasformare la querela in un'azione civile. «Posso derubricarla in azione civile, così non è querelata, mi ha dato un'idea», ha dichiarato, aggiungendo: «Facciamo una causa civile, non so se alla Ponzani conviene». La modifica comporterebbe un diverso percorso giudiziario rispetto alla querela annunciata nei confronti della storica. Nel frattempo, La Russa continua a sostenere che la documentazione processuale dimostrerebbe la sua estraneità alle accuse e afferma di non essere mai stato processato neppure per partecipazione a una manifestazione non autorizzata.
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