Il triplice no di piazza San Giovanni tra fumo di fumogeni e roghi di effigi

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Redazione Interno Redazione Interno   -   Ore quindici e quindici del quattordici marzo, e Roma diventa il teatro di una mobilitazione che prova a condensare in un’unica, lunga colonna di manifestanti tre diverse battaglie: l’opposizione al referendum sulla giustizia, la richiesta di cessazione delle ostilità belliche – con un occhio di riguardo per quanto sta accadendo in Iran – e un’aperta ostilità verso l’esecutivo guidato da Giorgia Meloni. Sono diverse migliaia, ventimila secondo la voce degli organizzatori che dal palco di piazza San Giovanni rivendicano il successo della partecipazione, ad animare il corteo promosso dal Comitato per il “No sociale”, un cartello che vede in prima linea Potere al popolo, l’Usb, i collettivi studenteschi come Osa e Cambiare rotta, e una costellazione di sigle minori. La città, in quel sabato pomeriggio, si riempie di bandiere: non solo quelle rosse del sindacalismo di base, ma anche e soprattutto i vessilli della Palestina, dell’Iran, di Cuba e del Venezuela, a testimoniare una vocazione internazionalista che prova a intrecciare la lotta interna con i teatri di crisi globale.

Il serpentone, partito da piazza della Repubblica per snodarsi attraverso via Cavour e via Merulana, è scandito da slogan che non lasciano spazio a fraintendimenti interpretativi. “No al referendum, no alla guerra, no al governo liberticida” recita lo striscione di testa, e la sintesi di queste tre parole d’ordine rappresenta il tentativo – non privo di complessità – di costruire una piattaforma unitaria che tenga insieme la contrarietà alla riforma costituzionale voluta dal centrodestra, la critica alle scelte di politica estera del governo italiano e un dissenso radicale verso l’amministrazione statunitense di Donald Trump, tornato alla Casa Bianca e percepito come il principale artefice dell’escalation mediorientale. C’è, tra i partecipanti, chi agita cartelli che ritraggono la presidente del Consiglio mentre stringe la mano al primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu, e l’atmosfera, nonostante la pioggia che a tratti si fa insistente, è quella di una mobilitazione che guarda al voto del ventidue e ventitré marzo come a un’occasione per esprimere un dissenso che travalica il merito tecnico della separazione delle carriere dei magistrati.

Il fuoco come simbolo e le reazioni politiche a catena

Eppure, al di là della mole dei partecipanti e della complessità dell’impianto rivendicativo, la cronaca di quella giornata finisce per essere monopolizzata da una serie di gesti che, per la loro carica simbolica e per la violenza figurativa che sprigionano, catalizzano l’attenzione di media e istituzioni. In prossimità di piazza dell’Esquilino, un gruppo di manifestanti ha dato alle fiamme un cartellone nel quale la premier Giorgia Meloni era ritratta accanto al ministro della Giustizia Carlo Nordio, quest’ultimo raffigurato con un guinzaglio e una museruola, accompagnato dalla scritta “No al vostro referendum”. Quello stesso pomeriggio, le fiamme hanno consumato anche un’altra effige, quella che immortalava Donald Trump e Benjamin Netanyahu mentre si stringevano la mano, e non sono mancati episodi di danneggiamento ai danni di sagome raffiguranti altri membri dell’esecutivo, come Matteo Salvini e Matteo Piantedosi, imbrattate con della vernice rossa.

Sono immagini, queste, che fanno il giro dei social network in tempo reale, scatenando un’immediata ondata di reazioni da parte del mondo politico e associativo. L’Associazione Nazionale Magistrati, con una nota diffusa a stretto giro, ha voluto esprimere “solidarietà alla presidente del Consiglio Giorgia Meloni e al ministro della Giustizia Carlo Nordio”, rinnovando al contempo l’invito ad “abbassare i toni nel corso di questa campagna referendaria”, un monito che, nelle intenzioni dell’Anm, dovrebbe valere per tutti gli attori in campo. Non sono mancate le voci di condanna provenienti dagli stessi comitati per il no, come quella di Enrico Grosso, presidente del comitato “Giusto dire No”, il quale ha definito quei gesti come l’espressione di una stanchezza e di una modalità di rivendicazione lontanissime dal modo di intendere il confronto democratico, nel tentativo evidente di prendere le distanze da derive che rischiano di delegittimare l’intera istanza referendaria.

Il fronte del no diviso tra piazza e istituzioni

Se la condanna da parte delle forze di maggioranza appare scontata e compatta – con Fratelli d’Italia che ha parlato senza mezzi termini di “odio rosso” e di estremismo che strumentalizza il voto per sfogare il proprio livore -2 – più articolata e, per certi versi, problematica risulta la posizione delle opposizioni parlamentari. Il leader del Movimento Cinque Stelle, Giuseppe Conte, ha affidato a una nota la sua ferma condanna di ogni forma di violenza, sottolineando come gesti del genere finiscano per prestarsi a strumentalizzazioni da parte di chi vuole dipingere il popolo del no come un coacervo indistinto di odio e intolleranza; il governo, ha aggiunto, deve essere mandato a casa con la forza delle idee, non a colpi di violenza. Sulla stessa lunghezza d’onda si è mossa Debora Serracchiani, responsabile Giustizia del Partito Democratico, la quale ha stigmatizzato gli “eccessi” e i “roghi di effigi o di simboli” come atti che danneggiano la causa stessa della difesa della Costituzione e della giustizia sociale, ribadendo che il confronto tra le idee deve mantenersi in un alveo civile e pacifico perché questa è l’essenza della democrazia.

Di fronte a queste reazioni, il ministro Nordio ha rotto il silenzio per ringraziare quanti – in particolare l’Anm e lo stesso Enrico Grosso – gli hanno fatto pervenire attestati di solidarietà. Le sue parole, tuttavia, non lasciano spazio a tentennamenti: quegli “eccessi aggressivi”, lungi dall’intimorirlo, lo sollecitano a proseguire con sempre maggior determinazione e vigore nel percorso di riforma, nel pieno rispetto, ha tenuto a precisare, di chi la pensa diversamente. La campagna referendaria, a pochi giorni dal voto, si tinge così di una contrapposizione che sembra andare oltre il merito della separazione delle carriere, trasformandosi in un terreno di scontro identitario dove la piazza e le istituzioni si rilanciano reciproche accuse, e dove il fumo dei fumogeni usati dai collettivi – come nel video diventato virale del collettivo Cau Torino -2 – si mescola a quello, ben più denso di significati politici, delle fotografie mandate a fuoco.

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