Roma, corteo del No tra slogan e roghi di effigi: ventimila contro governo e guerra
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Redazione Interno
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Hanno attraversato Roma in ventimila, forse di più secondo gli organizzatori, per ribadire un concetto che volevano chiaro e distinto: il voto referendario sulle riforme non può essere letto come un fatto meramente tecnico o giudiziario. Il corteo promosso dal comitato per il "No sociale", che ha visto in prima linea Potere al popolo, l'Usb e collettivi come Osa e Cambiare Rotta, ha riempito il pomeriggio della Capitale, snodandosi da piazza della Repubblica fino a San Giovanni, in una sintesi di slogan che legava inscindibilmente il piano interno a quello internazionale. "No al referendum, no alla guerra, no al governo liberticida" recitava lo striscione di testa, e in quelle parole, scandite sul sottofondo di "Casa mia" di Ghali, c'era la volontà di saldare il fronte sociale contro quella che viene percepita come una deriva autoritaria dell'esecutivo guidato da Giorgia Meloni, in un contesto globale segnato dall'escalation militare in Medio Oriente. Tra bandiere palestinesi, libanesi, cubane e venezuelane, la protesta ha assunto i contorni di un contenitore ampio di malcontento, dove la critica alla separazione delle carriere dei magistrati si intrecciava con la richiesta di fermare il conflitto, con riferimenti espliciti all'attacco congiunto di Stati Uniti e Israele all'Iran, che ha reso questa la prima grande mobilitazione romana dopo quell'operazione militare.
Il rogo delle immagini e la reazione della politica
La sostanza della manifestazione, tuttavia, rischia di passare in secondo piano rispetto alle immagini che hanno fatto il giro dei social network e dei telegiornali. Alcuni gruppi di manifestanti, tra cui aderenti al collettivo Cau Torino e militanti di Potere al popolo, hanno dato alle fiamme alcuni cartelloni e fotografie che ritraevano la presidente del Consiglio e il ministro della Giustizia Carlo Nordio, quest'ultimo raffigurato in una delle effigi con un guinzaglio e una museruola. Non sono state risparmiate neppure le figure del presidente americano Donald Trump e del premier israeliano Benjamin Netanyahu, ritratti nella loro stretta di mano alla Casa Bianca e bruciati davanti ai fotografi, così come, in un altro frangente, una bambola con le sembianze della premier è stata adagiata su una barella. Gesti che hanno immediatamente catalizzato l'attenzione e scatenato una ridda di reazioni politiche, spostando il focus del dibattito dal merito della riforma alla questione dell'ordine pubblico e del clima di tensione che avvolge la campagna referendaria. L'Associazione nazionale magistrati ha espresso una netta solidarietà alla premier e al ministro, prendendo le distanze da quanto accaduto e rinnovando l'invito ad abbassare i toni, mentre il costituzionalista Enrico Grosso, presidente del comitato "Giusto dire No", ha parlato di atti lontani dal suo modo di intendere la dialettica democratica.
La condanna trasversale e la replica del ministro
Dalle fila della maggioranza, ovviamente, è arrivata una condanna senza appello. Esponenti di Fratelli d'Italia hanno parlato di "estremismo rosso" che usa la scadenza referendaria per sfogare il proprio livore, mentre il presidente del Senato Ignazio La Russa e il presidente della Camera Lorenzo Fontana hanno auspicato che il confronto torni a svolgersi nel merito delle questioni, senza esondare in atti che rischiano di avvelenare il clima sociale. Più significativa, forse, è stata la presa di distanza da parte dei leader dell'opposizione parlamentare. La responsabile Giustizia del Pd Debora Serracchiani ha sottolineato come chi si esibisce in roghi di effigi agisca contro la causa stessa della difesa della Costituzione, mentre Giuseppe Conte, a nome del Movimento 5 Stelle, ha condannato con fermezza i gesti di violenza simbolica, ribadendo che l'obiettivo di mandare a casa il governo va perseguito esclusivamente con la forza delle idee e della democrazia. Carlo Nordio, interpellato sulla vicenda, ha ringraziato coloro che gli hanno manifestato solidarietà, citando esplicitamente Grosso e l'Anm, e ha replicato con una punta di fermezza: "Questi eccessi aggressivi, lungi dall'intimorirmi, mi sollecitano a proseguire con sempre maggior determinazione e vigore", auspicando che il dibattito resti ancorato ai contenuti reali della riforma, come peraltro indicato dal presidente della Repubblica Sergio Mattarella.
La guerra e il contesto internazionale come sfondo
Al di là degli episodi di piazza, la mobilitazione ha rappresentato un termometro della temperatura sociale e politica a pochi giorni dal voto. I sondaggi restituiscono l'immagine di una partita apertissima, e per il centrosinistra il referendum rappresenta un'occasione per assestare un colpo all'esecutivo, ma la compresenza di istanze tanto diverse nel corteo – da quelle più strettamente sindacali a quelle dei movimenti per la Palestina – rende il quadro composito e talvolta contraddittorio. La scelta di legare il "No" alla riforma della giustizia con un "No" alla guerra, peraltro, assume un peso specifico in queste ore: il conflitto in Iran, con le sue ricadute geopolitiche e i suoi riflessi sulle comunità presenti in Italia, era un tema caldo tra i partecipanti, molti dei quali sventolavano bandiere persiane e libanesi accanto a quelle arcobaleno. Un'installazione allestita durante il corteo, composta da sacchetti bianchi e zainetti rosa, voleva ricordare proprio le bambine vittime del conflitto a Minab, testimonianza di una volontà di tenere alta l'attenzione su un fronte bellico che, sebbene l'Italia non sia direttamente coinvolta, vede il governo Meloni allineato con le posizioni dell'amministrazione Trump e vicino agli interessi israeliani, come non hanno mancato di sottolineare diversi manifestanti intervistati.




