Roma, ventimila al corteo del ‘No sociale’: bruciate le effigi di Meloni, Nordio e Trump
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Redazione Interno
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Una marea di bandiere rosse, qualcuna della Palestina e altre dei movimenti antagonisti, ha attraversato ieri il cuore di Roma. Oltre ventimila persone, secondo il conto fornito dagli organizzatori di Potere al Popolo e dell’Unione Sindacale di Base, hanno sfilato da piazza della Repubblica a piazza San Giovanni per aderire alla mobilitazione del cosiddetto “No sociale”, un contenitore di lotte che ha cercato di saldare il fronte referendario sulla giustizia con le istanze pacifiste e l’opposizione alle politiche dell’esecutivo guidato da Giorgia Meloni. Lo striscione di testa, firmato dal comitato promotore, sintetizzava in una tripletta la ragione della protesta: “No al referendum, no alla guerra, no al governo liberticida”, un costrutto politico, questo, che mira a interpretare la consultazione sulla riforma dell’ordinamento giudiziario come un tassello di un disegno più ampio, percepito dai manifestanti come autoritario e guerrafondaio.
Una piazza variegata tra simboli e musica di protesta
Il serpentone, partito nel primo pomeriggio, si è snodato tra le strade capitolini accompagnato dalle note di “Casa mia” di Ghali e dai ritmi della Banda Bassotti, in un’atmosfera che gli stessi partecipanti hanno voluto definire festosa ma determinata. Accanto ai collettivi studenteschi Osa e Cambiare Rotta, che da tempo animano le occupazioni nelle scuole e nelle università, sfilavano i centri sociali, le realtà della lotta per la casa e numerosi cittadini che hanno fatto proprie le tre parole d’ordine della manifestazione. Non sono mancati riferimenti alla situazione internazionale, con cartelli contro il riarmo e la partecipazione italiana ai conflitti, e uno sguardo particolare alle tensioni in Medio Oriente, come testimoniato dalla presenza di bandiere libanesi e iraniane accanto a quelle palestinesi. La presenza dei manifestanti, a giudicare dalla mole del corteo, ha restituito l’immagine di una sinistra extraparlamentare in grado di mobilitare un bacino di consensi tutt’altro che trascurabile, proprio a pochi giorni dall’apertura delle urne.
Il rogo delle effigi e la reazione del ministro Nordio
A catalizzare l’attenzione di media e politici, inevitabilmente, sono stati però alcuni episodi avvenuti durante il percorso, quelli che hanno finito per sovrapporsi, nell’immaginario collettivo, alle ragioni stesse del corteo. Un gruppo di manifestanti ha dato fuoco, utilizzando fumogeni, ad alcuni cartelloni che ritraevano la presidente del Consiglio Giorgia Meloni e il ministro della Giustizia Carlo Nordio. In una delle immagini date alle fiamme, la premier era raffigurata mentre teneva al guinzaglio il guardasigilli, imbavagliato con una museruola, con la scritta “No al vostro referendum”. Stessa sorte, come documentato da video diventati virali sui canali social degli stessi organizzatori, è toccata a un manifesto con il presidente degli Stati Uniti Donald Trump e il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu, ritratti mentre si stringono la mano alla Casa Bianca, e a una bandiera statunitense. Atti, questi, che hanno immediatamente scatenato una raffica di condanne bipartisan.
Il ministro Nordio, interpellato sulla vicenda, ha ringraziato per le attestazioni di solidarietà pervenutegli, tra le altre, dall’Associazione Nazionale Magistrati e dal presidente del comitato “Giusto dire No”, Enrico Grosso, dichiarando che questi “eccessi aggressivi” lungi dall’intimidirlo, lo spronano ad andare avanti con maggiore determinazione. La sua replica, pacata nei toni, ha voluto marcare una distanza netta tra la violenza simbolica di quelle fiamme e la dialettica politica che dovrebbe caratterizzare la settimana decisiva della campagna referendaria.
La condanna del leader pentastellato e le reazioni della politica
Sul fronte dell’opposizione parlamentare, la distanza dai metodi esibiti in piazza è stata netta e immediata. Giuseppe Conte, presidente del Movimento 5 Stelle, in una nota ufficiale ha definito il gesto “violento e inaccettabile”, sottolineando come la contesa con il governo vada condotta esclusivamente sul terreno delle idee e della democrazia, non certo con atti che richiamano forme di intimidazione. Parole simili sono giunte dalla responsabile Giustizia del Partito Democratico, Debora Serracchiani, che ha parlato di gesti che evocano violenza e che finiscono per agire contro la stessa causa della difesa della Costituzione e della giustizia sociale, auspicando un confronto civile lontano da ogni eccesso. La condanna unanime da parte delle forze politiche, sia di maggioranza che di opposizione, ha isolato di fatto l’ala più radicale della protesta, ma ha anche acceso i riflettori su un clima politico che, a ridosso del voto, si fa sempre più rovente. L’auspicio, ripetuto da più parti, è che l’attenzione torni al più presto sul merito dei cinque quesiti referendari, lasciando alle piazze la loro funzione di espressione del dissenso ma entro i confini del confronto democratico.




