È morto Bud Cort, il volto di Harold e il suo sguardo in macchina che attraversò gli anni Settanta
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Redazione Cultura e Spettacolo
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Aveva settantasette anni, e una lunga malattia lo aveva portato via mercoledì undici febbraio nella sua casa del Connecticut, ma la notizia della morte di Bud Cort, per chi quel volto fanciullesco e quegli occhi enormi dietro la frangia scura li aveva incrociati almeno una volta in bianco e nero, non poteva ridursi alla semplice cronaca di un decesso; era piuttosto la fine silenziosa di Harold Chasen, il ragazzo che inscenava suicidi per finta nei salotti bene della borghesia americana e che, contro ogni pronostico e ogni regola narrativa, si era innamorato di una signora di quasi ottant’anni. A riferire alla stampa, e specificamente a The Hollywood Reporter, è stata Dorian Hannaway, amica e produttrice di lunga data, la quale ha ricordato come Bud – all’anagrafe Walter Edward Cox, nato a New Rochelle il ventinove marzo del 1948 – avesse inseguito il teatro fin da ragazzino al punto da marinare la scuola pur di assistere alle prove di Funny Girl con Barbra Streisand, biglietto di sola andata per una vita intera trascorsa a recitare.
Robert Altman e quel provino con Ruth Gordon che incantò Hal Ashby
Fu Robert Altman, reduce dal successo di MASH* – pellicola del 1970 in cui Cort aveva una particina – a credere per primo in quel misto di ingenuità e nevrosi, affidandogli il ruolo del protagonista in Anche gli uccelli uccidono: Brewster McCloud, un altro sognatore che voleva volare a tutti i costi, in una Houston immaginifica e crudele. Ma l’incontro che gli cambiò definitivamente la carriera avvenne l’anno seguente, quando il regista Hal Ashby e lo sceneggiatore Colin Higgins lo misero alla prova con Ruth Gordon, reduce dall’Oscar per Rosemary’s Baby; la chimica fra quel giovane che recitava la morte e l’arzilla settantottenne che recitava la vita fu talmente immediata e sfrontata da convincere la produzione a ignorare le perplessità degli studios. Harold e Maude, uscito nel 1971, fu un flop commerciale e divise la critica, ma chi lo vide allora in sala – o chi lo scoprì qualche anno dopo nelle proiezioni di mezzanotte – capì che quello sguardo in macchina, diretto, senza mediazioni, era l’emblema di un cinema che non chiedeva il permesso di esistere.
Il culto tardivo e le candidature ai Golden Globe e ai Bafta
Per quella interpretazione, fatta di posture rigide e di una malinconia a tratti clownesca, Cort ottenne una candidatura ai Golden Globe come miglior attore in un film commedia o musicale e una ai Bafta come miglior promessa; riconoscimenti che però non lo salvarono dalla gabbia del personaggio. Lo stesso attore, anni più tardi, raccontò a più riprese di essere stato talmente identificato con Harold da restare di fatto disoccupato per almeno cinque anni, rifiutando persino una parte in Qualcuno volò sul nido del cuculo – scelta che avrebbe poi definito un errore – per paura di rimanere imprigionato in ruoli da eccentrico di turno. Nel frattempo il film, passato di bocca in bocca, diventò un cult generazionale, poi un classico per la Library of Congress, infine un archetipo della commedia nera americana; e Cort, suo malgrado, ne rimase il custode.
L’incidente del 1979, la rinascita in Wes Anderson e il Toyman in animazione
Una notte del 1979, sulla Hollywood Freeway, la sua automobile si schiantò contro un veicolo abbandonato in mezzo alla carreggiata: fratture multiple al cranio, alle braccia e alle gambe, il volto letteralmente ricomposto con una lunga serie di interventi di chirurgia plastica, e una causa legale persa. La carriera ne uscì segata, e per molti anni Cort si mantenne con lavori sporadici a teatro e con piccoli ruoli in serie televisive; nondimeno, negli anni Novanta e Duemila, registi che da ragazzi erano stati stregati da Harold lo rimisero in scena. Michael Mann gli diede la parte del gestore del ristorante in Heat – La sfida, Kevin Smith lo trasformò in un senzatetto che si rivelava essere Dio in Dogma, e Wes Anderson lo volle nella ciurma sgangherata de Le avventure acquatiche di Steve Zissou; per le nuove generazioni, però, Bud Cort era soprattutto la voce del Toyman nei cartoni animati della DC, da Superman a Justice League. In una delle sue ultime interviste disse, con quel tono piatto che gli era proprio, che non sapeva se credeva nella reincarnazione, ma che in ogni caso, in qualsiasi vita passata, lui era stato un attore.




