La cura Demeo del lusso: tagli, scioperi e la scommessa sulla longevità dei ricchi
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Redazione Economia
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Mentre il supermanager Luca de Meo, artefice di questo strangolamento metodico, presenta agli investitori la sua visione per un lusso post-Covid fatto di gioielli refrattari alle crisi e di costosissimi elisir di lunga vita, la mannaia si abbatte sui lavoratori della filiera. Il paradosso, tipico di queste operazioni di maquillage finanziario, è che mentre si procede ai tagli si aprono nuove selezioni all’esterno, una contraddizione che i sindacati definiscono inaccettabile: si cerca personale fresco, forse più docile, senza nemmeno valutare la ricollocazione di chi si sta espellendo. Il risultato è una bomba sociale destinata a esplodere il 20 maggio, quando è stato proclamato uno sciopero generale che paralizzerà tutte le realtà italiane del gruppo, con epicentro a Firenze, cuore pulsante della produzione artigianale del lusso.
L’elefante a fette e i 54 esuberi McQueen
La scintilla della protesta è rappresentata dai 54 licenziamenti annunciati da Alexander McQueen, il marchio britannico dalla doppia anima: quella sartoriale e clamorosa del fondatore scomparso, e quella commerciale e ormai logora delle sneakers bianche che hanno invaso le strade di mezzo mondo. Questi esuberi, spalmati tra gli stabilimenti di Scandicci, Novara e Parabiago, non colpiscono operai generici, ma professionisti altamente qualificati, quelli che trasformano la creatività in prodotto fisico, che curano prototipi e allestimenti di sfilate. Un patrimonio di competenze che il colosso francese, secondo la denuncia della Filctem Cgil, sembra disposto a dissipare senza troppi rimpianti.
La metafora usata dal sindacato è cruda ed efficace: quella dell'”elefante a fette”, un macello occulto in cui si smembra l’animale senza che l’opinione pubblica se ne accorga. I rappresentanti dei lavoratori lamentano, infatti, non solo il numero di esuberi, ma l’assenza totale di ammortizzatori sociali per gestire l’urto. In un gruppo che fattura miliardi, non si comprenderebbe la riluttanza ad attivare quei meccanismi di sostegno che altrove, persino in contesti industriali ben più magri, vengono dati per scontati per permettere la riqualificazione. Ma c’è di più: mentre si notifica la lettera di licenziamento a decine di dipendenti, l’azienda avrebbe pubblicato annunci per assumere, altrove, figure dal profilo professionale sostanzialmente identico. Proprio durante i primi 40 giorni della procedura, i sindacati avrebbero incrociato i dati scoprendo una trentina di posizioni aperte in zone limitrofe, posizioni per le quali nessuno degli esuberi è stato preso in considerazione.
ReconKering, il lusso che (non) si vede
A rendere il clima incandescente è la percezione, ormai radicata tra le maestranze, di parlare con un interlocutore invisibile. Il famoso piano “ReconKering”, che Demeo ha sbandierato ai mercati con la sua consueta verve manageriale – promettendo di dimezzare i tempi di sviluppo delle collezioni e di applicare all’abito su misura la logica dell’efficienza automotive – per i sindacati è ancora un fantasma. Non è mai stato presentato formalmente ai tavoli; i rappresentanti dei lavoratori sono stati esclusi dalla fase di ascolto strategico. “Non possiamo commentare un piano che nessuno ci ha spiegato”, è l’accusa che risuona dalle segreterie nazionali di Filctem, Femca e Uiltec, le quali sottolineano come, a fronte di un faccia a faccia con il ceo avvenuto lo scorso febbraio, i successivi incontri richiesti siano stati sistematicamente declinati.
L’incertezza, in questi casi, è forse l’arma più destabilizzante che la proprietà possa usare. Se le intenzioni per i brand di punta come Gucci sembrano chiare – una cura scientifica per la doppia G, un miliardo in più dalla pelletteria, la riduzione del 20% delle referenze – per McQueen si tratta di un ridimensionamento feroce. Demeo, provenendo da un settore come l’auto abituato a razionalizzazioni drastiche, ha subito intuito l’errore di fondo: trattare il brand d’avanguardia come un colosso del fast fashion, riempiendolo di negozi e sneakers. La correzione, però, è traumatica: un terzo della forza lavoro italiana va a casa per restituire al marchio quell’esclusività perduta, un lusso “di nicchia” che non può permettersi il lusso di mantenere gli operai.
Gioielli rifugio e la febbre dell’oro
Mentre la polvere della contestazione si alza dai laboratori toscani, la cabina di regia di Kering guarda altrove, laddove i veri profitti si nascondono. L’analisi di Demeo è spietata e lucida: l’abbigliamento, in un’economia globale che rallenta e con la Cina che tossisce, non basta più. Il vero affare, ora, è vestire i patrimoni dei super-ricchi con beni rifugio. Ecco allora che la gioielleria diventa il fronte caldo dell’espansione: con l’oro alle stelle, comprare un Bracciale Pomellato o un Qeelin non è più solo vanità, ma investimento finanziario. A questa visione si lega l’operazione più azzardata, quella che esce completamente dal perimetro della moda: la longevità. Dopo aver incassato 4 miliardi cedendo il beauty a L’Oréal, il gruppo punta a cliniche di lusso e centri di benessere, un business da mille miliardi di dollari dove i ricchi non badano a spese pur di allungare il proprio tempo sulla terra.
La strategia è chiara: tagliare dove la moda non rende, razionalizzare i fornitori italiani (che tremano all’idea di una perdita secca di 2.500 posti nella sola area fiorentina), e investire su ciò che dura. Ma è una narrazione che ha un costo, e quel costo ha un volto e un nome e una postazione di lavoro a Scandicci o a Parabiago. Lo sciopero del 20 maggio, dunque, non è solo la protesta per 54 esuberi, ma il tentativo di fermare quella che i sindacati temono essere una slavina. Se non si apre un confronto vero su “ReconKering” – sul come e sul quanto si taglierà – questi 54 licenziamenti potrebbero rivelarsi solo l’apripista di una ristrutturazione ben più ampia e sanguinosa, una pulizia etnica industriale condotta in nome della redditività perduta.




