Il riassetto della Delfin al centro del risiko bancario
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Redazione Economia
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L’ultimo colpo di scena in casa Del Vecchio ha come protagonista ancora una volta Leonardo Maria, il quartogenito del fondatore di Luxottica, che ha scelto di uscire sbattendo la porta dall’azienda di famiglia, EssilorLuxottica. Le vere motivazioni alla base del gesto non sono ancora del tutto chiare, ma di sicuro il giovane imprenditore ha voluto accompagnare le sue dimissioni dalle cariche operative con parole poco lusinghiere nei confronti della gestione dell’azienda, attualmente affidata a Francesco Milleri.
Un gesto che, però, va ben oltre un semplice dissidio personale e che si inserisce in un quadro ben più ampio e complesso, destinato a influenzare gli equilibri dell'intero sistema finanziario italiano.
Le dimissioni che sbloccano l’impero
Leonardo Maria Del Vecchio, conosciuto anche con la sigla Lmdv, ha rassegnato le dimissioni da presidente di Ray-Ban e da Chief Strategic Officer di EssilorLuxottica, come confermato da un portavoce del gruppo e anticipato da Milano Finanza. Nella lettera di dimissioni, il trentunenne ha criticato apertamente la gestione di Milleri, definendola "distante" e "impersonale", un attacco indiretto che segna la fine di un'alleanza durata anni. L'uscita dal management, tuttavia, non rappresenta un disimpegno, ma piuttosto un cambio di posizione strategico.
Senza più il doppio ruolo di manager e socio, Leonardo Maria potrà muoversi con maggiore libertà all'interno di Delfin, la holding lussemburghese della famiglia, per lavorare al riassetto degli equilibri tra gli eredi. Fonti vicine a Lmdv Capital parlano di una "pulizia della governance" che gli consentirà di esercitare fino in fondo la sua responsabilità di azionista, difendendo l'indipendenza dell'azienda e la necessità di una proprietà stabile.
Lo stallo di Delfin e il conflitto tra gli eredi
Il vero terreno di scontro, dunque, è Delfin, la cassaforte di famiglia che controlla il 32,4% del gigante dell'occhialeria EssilorLuxottica e detiene partecipazioni rilevanti nel credito italiano. Alla morte del fondatore, nel 2022, il capitale della holding è stato diviso in otto quote uguali del 12,5% per ciascuno dei suoi eredi.
Tuttavia, da oltre quattro anni la cassaforte è ferma perché gli otto figli non hanno trovato un'intesa sulla chiusura della successione, sulla distribuzione dei dividendi e sulla modifica dello statuto, che oggi prevede l'unanimità su quasi tutte le operazioni rilevanti, rendendo di fatto impossibile qualsiasi cambiamento senza un accordo totale. Il progetto di Leonardo Maria di rilevare il 25% di Delfin detenuto dai fratelli Luca e Paola per salire al 37,5% è stato il casus belli che ha fatto esplodere le tensioni.
L'operazione, che richiedeva un maxi-prestito bancario di circa 11 miliardi di euro, è saltata quando il consiglio di amministrazione di Delfin ha negato a Lmdv la lettera di patronage richiesta dagli istituti di credito come garanzia. Un no che ha visto Milleri votare a favore dell'operazione, ma che è stato bocciato dalla maggioranza del board, segnando una frattura insanabile.
Il rischio bancario e il ruolo di ago della bilancia
La partita che si gioca attorno a Delfin non riguarda solo il futuro della famiglia Del Vecchio, ma si intreccia indissolubilmente con il risiko bancario italiano e la guerra di offerte tra Intesa Sanpaolo e Montepaschi. Con il suo 17,5%, Delfin è il primo azionista di Mps, una quota che la rende un attore fondamentale nelle decisioni che verranno prese.
La holding dovrà decidere se aderire all'offerta pubblica di scambio di Intesa Sanpaolo, concambiando il suo pacchetto per diventare socio stabile del colosso guidato da Carlo Messina, o se appoggiare invece la strategia dell'amministratore delegato di Mps, Luigi Lovaglio, che punta a creare il terzo polo bancario attraverso una doppia scalata su Banco Bpm e Banca Generali. Inoltre, Delfin detiene quasi il 10% di Banca Generali e il 2,7% di UniCredit, partecipazioni che la pongono al centro di un intricato sistema di alleanze e contrapposizioni.
La scelta della cassaforte lussemburghese, che ha affidato a Lazard il compito di esaminare le diverse opzioni, sarà determinante per il quorum dell'assemblea straordinaria di Mps del 29 ottobre e orienterà il consolidamento dell'intero settore del credito in Italia.
Verso una soluzione: la scissione e il nodo del debito
In questo clima di stallo, si stanno facendo strada diverse ipotesi per sbloccare l'impasse. Una delle soluzioni più accreditate prevede una scissione di Delfin: da un lato, una newco blindata da un patto di sindacato che manterrebbe l'intoccabile partecipazione in EssilorLuxottica; dall'altro, otto mini-casseforti personali in cui fare confluire pro-quota le partecipazioni finanziarie in Mps, Generali, UniCredit e Covivio. Questo schema permetterebbe agli eredi di avere maggiore libertà di movimento e di monetizzare le proprie quote per fare cassa.
Nel frattempo, Leonardo Maria Del Vecchio deve fare i conti con una situazione finanziaria personale complessa. Per poter partecipare al riassetto con maggiore forza, sta cercando di rinegoziare un debito personale che supera 1,3 miliardi di euro, contratto con UniCredit e Indosuez, e per farlo avrebbe avviato contatti con il fondo americano Apollo per un rifinanziamento.
Se da un lato il suo addio al management di EssilorLuxottica potrebbe avergli aperto le porte per agire con maggiore libertà, dall'altro la soluzione della complessa partita di Delfin rimane subordinata alla capacità degli otto eredi di trovare un accordo che ne valorizzi le quote e ne sblocchi la governance.
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