L'asse del risiko bancario passa per Cernobbio: Del Vecchio e i nodi di Delfin

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Redazione Economia Redazione Economia   -   Nell'aria afosa di fine estate, quella che solitamente sarebbe una pausa riflessiva per i mercati, si è inserita a gamba tesa la notizia della rinuncia di Leonardo Maria Del Vecchio a tutti i suoi incarichi in Essilor Luxottica. Un fulmine a ciel sereno, se vogliamo, che però affonda le radici in un terreno ben più complesso di una semplice e improvvisa volontà personale.

La decisione, come spesso accade in queste dinastie del capitalismo italiano, è il risultato di tensioni che covano da tempo e che riguardano il difficile passaggio del testimone tra generazioni, ma anche le intricate partite della finanza che, in questo preciso momento storico, vedono l'Italia al centro di un risiko bancario di proporzioni notevoli.

Il cuore del problema, per chi cerca di orientarsi in questo ginepraio, non è tanto la poltrona in azienda, quanto il futuro di Delfin, la holding di famiglia che detiene il 32,42% del colosso dell'ottica e che rappresenta, di fatto, uno dei pilastri del capitalismo familiare tricolore, con partecipazioni che spaziano da Mps al 17,53% fino a Generali e Unicredit.

Le parole di Cernobbio e la sfida al board

A gettare ulteriore benzina sul fuoco, o forse a tentare di gettare un secchio d'acqua per spegnere gli incendi, ci hanno pensato le dichiarazioni rilasciate da Leonardo Maria Del Vecchio in occasione del Forum di Cernobbio. L’occasione è stata quella giusta per lanciare un messaggio chiaro, diretto e senza troppi giri di parole a quelli che, fino a ieri, erano i suoi partner e soci.

L’invito, ribadito con forza, è a "riportare il board al suo naturale ruolo", quello cioè di implementare le strategie decise dalla maggioranza dei soci, e a riscoprire un dialogo che, a quanto pare, si è perso per strada. Un appello che non è caduto nel vuoto, specie se si considera che il titolo EssilorLuxottica ha subito una flessione alla Borsa di Parigi, perdendo circa l'1,5% in scia a queste dichiarazioni, con un riferimento esplicito al calo del 50% subito dal titolo in un arco temporale più ampio.

Insomma, il messaggio per il management e per il presidente Francesco Milleri, il cui incarico è in scadenza proprio nella prossima primavera, è stato piuttosto eloquente: il futuro si deciderà altrove, e precisamente tra i soci di Delfin, che valuteranno i risultati e le strategie per il futuro.

La partita per il controllo di Delfin

La posta in gioco, in realtà, è molto più alta di quanto non possa sembrare a un osservatore distratto. Delfin non è solo la cassaforte della famiglia Del Vecchio, ma rappresenta un tassello fondamentale per gli equilibri dell'intero sistema finanziario italiano. Con una quota del 17,53% in Mps, di cui è il primo azionista, e un peso specifico del 10,15% in Generali e del 2,7% circa in UniCredit, ogni scossa all'interno della holding familiare si ripercuote come un'onda d'urto su tutto il panorama bancario nazionale.

La seconda stagione del risiko bancario che si sta giocando a Piazza Affari rischia, quindi, di finire in ostaggio delle dinamiche interne a Delfin, un po' come un giocatore di scacchi che si trova a dover muovere i pezzi mentre la scacchiera trema sotto i suoi piedi. La voce di Leonardo Maria Del Vecchio, che nella holding ha una quota del 12,5%, non è certo quella di un comparsa, e la sua richiesta di una "nuova fase" per Delfin apre scenari che vanno ben oltre la semplice gestione ordinaria dell'azienda di famiglia.

L'assenza di sintesi e il futuro dei manager

Il messaggio di Cernobbio, a ben guardare, non lascia spazio a fraintendimenti né a facili ottimismi. L'invito al dialogo tra i soci è un modo per ribadire che la gestione dell'azienda non può prescindere da un confronto reale e sostanziale tra chi detiene il capitale, e che il board deve tornare a essere l'organo esecutivo delle volontà di questi ultimi.

Sul futuro di Francesco Milleri, in particolare, Leonardo Maria Del Vecchio è stato piuttosto cauto, limitandosi a ribadire che sarà la maggioranza dei soci di Delfin a decidere "a tempo debito, valutando come sempre i risultati ottenuti dai manager e le strategie per il futuro". Una dichiarazione che, per quanto misurata, lascia intendere che la partita per la successione alla guida del colosso dell'ottica è tutt'altro che chiusa, e che il clima che si respira in famiglia è quello di una vigilia carica di aspettative e, inevitabilmente, di tensioni.

L'augurio, per chi osserva da fuori, è che il dialogo invocato possa davvero prendere il posto degli intrighi di palazzo, anche se la storia insegna che, quando si parla di grandi patrimoni e di potere, la strada verso la sintesi è spesso irta di ostacoli.

In tutto questo scenario, la posizione di Leonardo Maria Del Vecchio appare quella di un azionista che, pur avendo rinunciato agli incarichi operativi, intende far sentire il proprio peso in sede di definizione delle strategie future. La possibilità che Delfin, e di conseguenza tutto il sistema delle partecipazioni incrociate, possa subire un profondo rinnovamento nei prossimi mesi è concreta, e i mercati, come dimostra la reazione del titolo a Parigi, hanno già iniziato a scontare questa eventualità.

La partita, insomma, è appena cominciata, e si giocherà su più tavoli: da quello della governance aziendale a quello, ben più ampio, degli equilibri bancari nazionali. Una sfida che coinvolgerà inevitabilmente non solo i diretti interessati, ma anche gli altri soci, il management e tutti gli attori che, a vario titolo, gravitano intorno al sistema del made in Italy più potente e strutturato.

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