Confindustria e Mef rivedono il pil, l’incertezza del conflitto in Iran frena l’economia italiana

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Redazione Economia Redazione Economia   -   L’escalation in Medio Oriente, con il recente coinvolgimento diretto israelo-statunitense ai danni della Repubblica islamica, ha trasformato un quadro già fragile in un terreno minato per le previsioni economiche nazionali. Se prima dell’attacco si parlava di timori legati ai dazi, ora lo scenario si è ulteriormente ingarbugliato: la guerra, e la conseguente minaccia di chiusura dello Stretto di Hormuz, snodo vitale per la logistica mondiale e per gli approvvigionamenti energetici, hanno costretto Confindustria a rivedere al ribasso le stime del Pil. Non si tratta di un semplice rallentamento, avvertono gli uffici studi, quanto piuttosto di un freno strutturale che rischia di innestarsi su un’economia già provata da costi alle stelle.

Il mef conferma: un prolungamento del conflitto avrebbe effetti duraturi

A fare eco ai timori degli industriali è stato il Ministero dell’Economia e delle Finanze, che attraverso una nota ufficiale ha certificato l’esistenza di un rischio concreto di stagnazione. Secondo il Mef, la guerra in Iran e la crisi nello Stretto di Hormuz non rappresentano un’emergenza contingente, ma una variabile in grado di incidere ben oltre il breve periodo. Se il conflitto dovesse protrarsi, l’impatto negativo sulla crescita sarebbe pesante e duraturo, trasformando un’attuale fase di sofferenza in una vera e propria battuta d’arresto per il sistema produttivo. Già oggi, del resto, l’economia italiana sta attraversando un rallentamento palpabile, segnato dalla volatilità dei mercati e da un prezzo del petrolio che, salendo alle stelle, ha generalizzato i costi per le imprese e le famiglie.

Costi energetici, la stangata sulla Lombardia supera i 5 miliardi

Se il quadro nazionale preoccupa, è il territorio lombardo, cuore pulsante della manifattura italiana, a offrire il termometro più immediato dell’emergenza. Una ricerca condotta dal Centro Studi Sintesi per Cna Lombardia ha quantificato l’impatto della nuova escalation sui bilanci regionali: la spesa complessiva per energia elettrica e gas, che nel 2025 si attestava su 23,6 miliardi di euro, è destinata a schizzare verso quota 28,8 miliardi nel corso del 2026. Un incremento del 22%, pari a oltre 5 miliardi di euro in più, destinato a gravare sulle spalle di un tessuto imprenditoriale già alle prese con la rigidità del credito e la frenata della domanda interna. Questi numeri, si legge nel rapporto, accendono i riflettori su una vulnerabilità strutturale che nessuna misura contingente, come il momentaneo taglio delle accise, potrà risolvere a fondo.

Dall’hormuz a piazzetta cuccia, la filiera spezzata

La preoccupazione espressa da viale dell’Astronomia, secondo cui anche un’eventuale fine anticipata del conflitto non basterebbe a scongiurare il ridimensionamento della crescita, trova conferma nell’analisi del ministero. Il problema, in questa fase, non è solo la durata dei bombardamenti, ma la paralisi indotta dall’incertezza. La chiusura dello Stretto di Hormuz, infatti, interrompe una delle arterie principali del commercio globale; e se da un lato le riserve strategiche possono tamponare l’urgenza, dall’altro le catene di approvvigionamento – già messe a dura prova negli anni precedenti – mostrano segni di cedimento. L’effetto combinato della guerra e dei rincari energetici ha già iniziato a tradursi in una contrazione degli investimenti: gli industriali chiedono responsabilità, ma sul tavolo restano le difficoltà oggettive di un sistema che deve fare i conti con la pressione fiscale implicita dei costi energetici lievitati e con la distrazione di risorse pubbliche verso il solo sostegno emergenziale.

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