Genova, la marea delle penne nere: novantamila alpini invadono la città
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Redazione Interno
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Si è chiusa con un passaggio di consegne carico di significato, quello della cosiddetta “stecca” verso Brescia, la 97esima Adunata nazionale degli alpini, che ha trasformato Genova – per un intero fine settimana – in un crocevia pulsante di ricordi, tradizione e disciplinata organizzazione. La città, alla sua sesta esperienza come palcoscenico di questa kermesse, ha visto sfilare, sotto una pioggia che non ha scoraggiato nessuno, un’incredibile marea umana: novantamila penne nere provenienti non solo da ogni regione italiana ma anche da un pezzo d’Europa, con reparti giunti dalla Francia, dalla Germania e dal Belgio. Tra questi, un contingente consistente ha dato il la a una coreografia affollata e rispettosa, dove il rumore degli zoccoli e delle fanfare ha sovrastato ogni altra possibile distrazione mediatica o polemica, quelle degli ultimi giorni rapidamente messe a tacere dalla forza dei fatti.
Le penne nere vicentine e la scia di 2.500 alpini piacentini
Circa 5.000 alpini vicentini hanno calcato l’asfalto del capoluogo ligure, mescolandosi alle decine di migliaia di loro commilitoni in un abbraccio corale che non ha bisogno di presentazioni. Più a nord, dal Piacentino, è scesa una pattuglia di 2.500 penne nere, le quali hanno sfilato portando in corteo uno striscione tradizionale (“Piacenza La Primogenita”) e un nuovo slogan, che recita “La luce della nostra storia, il faro del nostro domani”. Non è mancato il loro contributo alla coreografia collettiva, anche se la pioggia – insistente ma accolta con la proverbiale indifferenza alpina – ha accompagnato gran parte della giornata. La loro presenza, come quella dei vicentini, testimonia la capillarità di un’associazione che tiene insieme geografie lontane, legate però da un codice comune fatto di silenzi, canti e una certa ritrosia all’enfasi.
Il passaggio della stecca e il richiamo alla protezione civile
La cerimonia conclusiva di domenica sera ha sancito il trasferimento ufficiale della “stecca” – il simbolico testimone dell’Adunata – a Brescia, che ospiterà l’edizione del 2027. A fare da contraltare a questo sguardo verso il futuro, un richiamo esplicito contenuto nel motto prescelto (“faro per il futuro dell’Italia”), il quale ha unito idealmente la Superba alle penne nere in una sintesi tanto semplice quanto evocativa. Se l’occhio del visitatore è stato catturato dalle ottanta sezioni italiane e dalle trentuno straniere che scandivano il passo a suon di fanfare, non sono passati inosservati i reparti della Protezione civile alpina: volontari della sanità, unità cinofile, squadre specializzate nel salvamento fluviale e nella mitigazione del rischio. La loro presenza, sottolineata da applausi spontanei al passaggio, ha riportato alla memoria la loro attivazione storica sin dal terremoto del Friuli (1976) e, dieci anni fa, durante la lunga scossa sismica nel centro Italia.
Numeri e assenza di clamore: la sostanza della festa
Oltre 400mila presenze complessive, secondo le stime degli organizzatori, hanno gremito i percorsi e le aree attrezzate, trasformando Genova in un villaggio temporaneo dalle mille sfumature: vecchie divise stirate con cura, canti corali che rimbalzavano tra i carrugi e la consueta, ordinata compostezza di chi la montagna la conosce e, in fondo, la rispetta. La sfilata delle sezioni si è snodata senza particolari intoppi, con una partecipazione che ha confermato la capacità di richiamo di un’istituzione laica e radicata. Nessuna traccia, nei fatti, delle polemiche preventivate da qualcuno alla vigilia; al loro posto, solo il rumore degli zoccoli sul selciato bagnato, qualche coro che si perde nei vicoli e la certezza di un’Adunata che, come sempre, sa raccontarsi da sola.




